Carlo Nordio ha sentito Andrea Delmastro “dopo il voto. Mi sono congratulato con lui perché è passata una questione di principio e l’ho tirato su con un bicchiere di buon bianco”. Lo ha detto al Corriere della Sera il ministro della Giustizia dopo la votazione della Camera che ha negato l’accesso alle chat relative all’ex sottosegretario.
“Mi han detto che avevo le ‘mani insanguinate’ per Almasri – aggiunge il Guardasigilli – che ero ‘piduista’ per il referendum. Ma io queste cose le prendo con filosofia. Mi vien da ridere e le ignoro. So che la politica è fatta anche di aggressioni, più o meno violente. Lui è più emotivo e le soffre”, aggiunge riferendosi a Caroccia.
Alla domanda se è proprio certo che sui rapporti con la camorra non abbia nulla da nascondere, Nordio risponde di esserne “strasicuro. Conoscendo la vita e il vissuto di Delmastro. Se c’è un paladino dell’antimafia che ha fatto della lotta alle cosche la sua vita è lui. Più volte ci siamo scontrati sul mio garantismo. Ad esempio, sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa che io giuridicamente guardo con diffidenza ma lui invece è stato granitico nel difendere”. Ma lasciando segrete le chat non resta il dubbio che qualcosa da nascondere ci sia, come dice Schlein? “Balle – risponde – La segretezza è il lato simmetrico della nostra libertà. Tanto che la Costituzione dice che la segretezza della corrispondenza è inviolabile. Anche l’opposizione ha chiesto il voto segreto. Perché? Avevano qualcosa da nascondere? No, perché con il segreto si è più liberi. E il voto ne è la massima espressione. Tanto che portare il telefonino nelle urne è un delitto”.
“Non si possono mettere ‘fuori le chat’, come dicono loro – dice ancora Nordio – Perché per tirarle ‘fuori’ le dovrebbero individuare. E quindi se avessimo accolto questa loro richiesta generica avremmo dovuto consegnare non solo le chat, ma tutto il contenuto del telefonino che ormai racchiude foto, video, chat a volte anche intime, cartelle cliniche, conti correnti. La vita intera di un individuo. E non solo. Perché c’è la funzione ‘inoltra’. E quindi ci sono situazioni che coinvolgono terzi. L’amico che ti ha mandato il documento riservato, i colloqui altrui che ti vengono girati. Chi visiona vede anche quelle. È cambiato il mondo rispetto alle vecchie intercettazioni. Ora ci troviamo nella contraddizione per cui per avere i tabulati il pm deve avere l’autorizzazione del giudice, mentre per i device, che contengono un miliardo di informazioni in più, no. C’è un principio di civiltà giuridica che nessuno ha capito: non è ammissibile che un magistrato entri anche nella vita più intima di un individuo per trovare le chat che gli interessano. Vale per tutti i cittadini, figuriamoci per i parlamentari le cui comunicazioni non possono essere viste se non previa autorizzazione perché tutelate dall’articolo 68 della Costituzione.
All’obiezione che il pm chiedeva solo le chat con Caroccia, il ministro risponde: “A parte che la richiesta era del tutto generica. E comunque io che garanzia ho che, una volta sbloccato il telefonino, non apra anche le chat fra Delmastro e Meloni o fra Delmastro e Nordio, fra Delmastro e il suo collegio elettorale o magari con l’opposizione? Tutti parlano con qualche collega dell’altra parte. E le chat possono essere interpretate in modo ambiguo. Non si rendono conto che lì dentro c’erano le chat anche loro? Personalmente non sarei contrario all’acquisizione delle chat. Particolarmente a queste cui non si era opposto neanche Delmastro. Ma bisogna trovare il modo in cui nessuno, neanche il pm, venga a vedere cose di cui non debba venire a conoscenza”. Ma come può il pm individuare ciò che gli interessa se non può vederle tutte? “Io la soluzione l’avrei. Mettere il pm e l’interessato, in via riservatissima da soli in una stanza per selezionare ciò che davvero interessa all’indagine. Ma con la sanzione assoluta: se quelle cose dovessero uscire il pm sarebbe destituito dalla magistratura”.