HomeCulturaAndrew Sean Greer: 'Ho cercato un'Italia lontana dai cliché americani'

Andrew Sean Greer: ‘Ho cercato un’Italia lontana dai cliché americani’

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“Questo è il mio libro italiano e sono veramente curioso di vedere come verrà accolto dai lettori italiani”. Andrew Sean Greer presenta così “Villa Coco”, il nuovo romanzo pubblicato da La nave di Teseo e ambientato tra le colline della Toscana, dove ha vissuto per circa due anni, ospite di Beatrice Monti della Corte, vedova dello scrittore Gregor von Rezzori, in una fattoria ristutturata in provincia di Firenze. “Se penso ai lettori statunitensi e britannici, naturalmente hanno una certa idea, anche romantica, dell’Italia e all’interno di questa idea ci sono sicuramente dei cliché legati a questo Paese. Io nel libro cerco proprio di allontanarmi da questo e di trovare un modo per rompere con questi cliché”, ha spiegato lo scrittore statunitense, che oggi vive dividendosi tra Venezia e San Francisco, nel corso di una conferenza stampa al festival Pordenonelegge.

Ambientato alla fine degli anni Novanta tra le colline della Toscana, il romanzo racconta l’arrivo di Geoffrey, giovane archivista americano, in una villa dove dovrà catalogare una misteriosa collezione d’arte. Ad attenderlo c’è la Baronessa Lisabetta, detta Coco, novantaduenne dal passato enigmatico, circondata da artisti, servitori, segreti e personaggi eccentrici. Il confronto tra lo sguardo americano e la realtà italiana diventa così uno degli elementi centrali del romanzo. Geoffrey è un giovane abituato a seguire le regole e proprio il suo rapporto con l’Italia lo costringe progressivamente a metterle in discussione. “È una storia in cui si vede un giovane uomo statunitense, una persona abituata a seguire tutte queste regole, che a un certo punto capisce di doverle rompere e interrompe anche la sua, fra virgolette, ‘americanità’ per trovare se stesso”.

Greer definisce Villa Coco un “romanzo di fascinazione”, giocando sul doppio significato della parola inglese “charm”. “Sulla superficie c’è qualcosa di leggero, una storia romantica, la bellezza che presento. Ma sotto c’è qualcosa di molto più profondo”. Una profondità che riguarda “la giovinezza, l’età anziana, la morte e lo scopo della vita”. L’autore ha scelto quindi di “decorare” la superficie del romanzo con la natura, gli animali e i personaggi, costruendo una storia apparentemente leggera che nasconde interrogativi più esistenziali. Anche la struttura del romanzo di formazione viene però rovesciata. “Spero che il lettore trovi sorprendente la storia e soprattutto il finale, perché le decisioni che prende il protagonista non sono quelle ovvie che ci si aspetterebbe”, ha detto lo scrittore Premio Pulitzer.

Per Greer, infatti, crescere non significa necessariamente abbandonare la creatività dell’infanzia in favore della responsabilità adulta: “È un romanzo in cui si cerca di capire come possa essere mantenuta una creatività, anche infantile, per trovare la propria strada. È una scelta sofisticata, che va oltre la responsabilità”. La scelta di ambientare la storia negli anni Novanta, prima della diffusione di Internet e degli smartphone, risponde invece a due esigenze. «La prima è pratica: tutti gli scrittori vogliono scrivere di un periodo in cui non c’erano cellulari e Internet, perché ti rovinano qualsiasi storia. Un film di Hitchcock con i cellulari finirebbe in due minuti”. L’altra ragione è narrativa: “Volevo creare una sorta di mondo fiabesco, con segreti e porte chiuse, in cui non fosse tutto immediatamente visibile e non si sapesse neanche bene in che periodo ci si trova”.

La Toscana, inevitabile scenario del romanzo, nasce invece dal rapporto personale dello scrittore con l’Italia. Greer ha raccontato di aver cercato di evitare anche in questo caso i luoghi più legati all’immaginario americano del Paese, spostando parte della storia verso l’Emilia-Romagna. “Gli americani non conoscono Ferrara, Ravenna, sorprendentemente. Ho cercato di portare il mio personaggio fuori dalla Toscana”. Tra le ambientazioni compare anche Comacchio, scelta dall’autore per una scena centrale della storia: “È una città delle anguille. C’è qualcosa di divertente nel mettere al centro di una storia d’amore un luogo molto piccolo, poco conosciuto e poco visitato. È contro il cliché”.

Nel rapporto con l’Italia c’è anche una dimensione personale. Greer ha raccontato di considerare il soggiorno italiano una forma di distanza da un momento difficile politicamente per gli Stati Uniti. “L’Italia ha i suoi problemi, ma non sono colpa mia. Invece l’America è colpa mia, la sento colpa mia”. Vivere in un altro Paese, ha aggiunto, significa anche avere la possibilità di reinventarsi attraverso una nuova lingua e un diverso modo di vivere. L’autore ha parlato inoltre della condizione dell’artista come osservatore del mondo: “E’ la nostra condizione di stare al mondo, sfortunata ma anche fortunata. È un onore poter vedere le cose da fuori con chiarezza e raccontare questa visione a chi ci legge”. Un tema che si lega anche alla contemporaneità e alla sensazione di vivere in un mondo globalizzato nel quale si è contemporaneamente connessi e distanti. “Io non sento il bisogno di appartenere per forza a un gruppo”, ha spiegato Greer, collegando questa posizione anche alla scelta di vivere tra due Paesi e due lingue.

Alla domanda sulla possibilità di un seguito di “Villa Coco”, Greer non ha escluso l’ipotesi: “Non ci ho pensato quando l’ho scritto, ma tutti quelli che l’hanno letto mi dicono che il finale è aperto. Se ci sarà un sequel sarà divertente, non però il mio prossimo libro”.

E sul possibile futuro cinematografico del romanzo, l’autore ha lasciato aperta un’altra possibilità: “Ogni libro lo scrivo come libro e mi piace la qualità di una cosa che sia semplicemente un libro. Però, pensandoci, forse questo sarebbe un bel film”. Soprattutto per il personaggio della Baronessa Coco: “Ci sarebbero sicuramente tante attrici che avrebbero voglia di quel ruolo. Mi piacerebbe Sophia Loren”.

Al centro, però, rimane la scelta dell’ironia. Greer ha spiegato che i suoi primi romanzi erano molto più seri e che con il tempo ha maturato una diversa idea della comicità. “Invecchiando penso che, se c’è la possibilità di dare alle persone l’opportunità di andare oltre la disperazione facendole sorridere o ridere, dando loro una via d’uscita, perché non coglierla?”. E’ questa, in fondo, la funzione che l’autore assegna a Villa Coco: “Cerco di avere all’interno di una vita che può essere difficile il mio intento di dare una speranza”. (di Paolo Martini)

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