Emma Bonino ha fatto della politica una lunga battaglia per allargare lo spazio della libertà, prima nelle strade e nelle campagne del Partito radicale, poi nelle istituzioni italiane, europee e internazionali. Dalla disobbedienza civile sull’aborto alla lotta contro la fame, dalle guerre nei Balcani alla difesa dei diritti delle donne, dalla costruzione della giustizia penale internazionale all’impegno per l’Europa, il suo percorso attraversa alcune delle principali trasformazioni della società italiana e della politica internazionale degli ultimi cinquant’anni.
Per la storica leader radicale, morta ieri venerdì 11 settembre, le esequie di Stato saranno in forma laica, con commemorazione ufficiale, e si terranno martedì 15 settembre alle 12:30 nella Protomoteca del Campidoglio. La camera ardente sarà allestita nella Protomoteca del Campidoglio, a Roma, domenica 13 settembre dalle 12 alle 19 e lunedì 14 settembre dalle 10 alle 19.
Parlamentare, commissaria europea, ministra, vicepresidente del Senato, candidata al Quirinale e infine una delle figure più riconoscibili del fronte europeista. Sempre con lo stesso metodo: scegliere una battaglia, portarla fuori dai confini della politica tradizionale e cercare di trasformarla in una questione pubblica. Una storia nella quale il rapporto con lo storico leader radicale Marco Pannella occupa un posto centrale, fino alla dolorosa rottura degli ultimi anni, ma che nel tempo si è estesa molto oltre il radicalismo italiano, fino a diventare una vicenda politica internazionale.
“La scomparsa di Emma Bonino addolora profondamente. Ha impresso un segno nella vita della Repubblica con un impegno tenace e coerente”, è il commosso ricordo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Radicale, liberale, femminista, decisamente europeista, è stata protagonista di movimenti e di riforme che hanno inciso sul percorso della nostra società. Parlamentare, leader di partito, ministra delle Politiche europee e poi degli Esteri, Commissaria europea, Emma Bonino è stata un punto di riferimento non soltanto in Italia: il suo impegno contro la fame nel mondo, contro la pena di morte, per il Tribunale penale internazionale sono stati motivi di orgoglio per la Repubblica”. “Negli ultimi anni -ricorda il Capo dello Stato- la sua priorità era l’unità e la maggiore integrazione dell’Unione europea: testimone che ha affidato a chi ne ha condiviso pensiero e impegno. Ai familiari e a quanti le sono stati vicini rivolgo un intenso pensiero di vicinanza e solidarietà”. Da Meloni a Tajani, tutti i messaggi di cordoglio.
Emma Bonino nasce a Bra, in provincia di Cuneo, il 9 marzo 1948. Dopo gli studi in Piemonte si trasferisce a Milano e si laurea alla Bocconi in Lingue e letterature moderne. La politica entra nella sua vita negli anni Settanta, quando l’Italia sta attraversando una stagione di profonde trasformazioni sociali e culturali. È il periodo nel quale le questioni legate ai diritti civili, alla condizione femminile e alla libertà individuale cominciano a mettere in discussione equilibri legislativi e politici consolidati.
Bonino incontra il Partito radicale e Marco Pannella e trova in quel movimento un modo di fare politica diverso da quello dei grandi partiti della Prima Repubblica. Il radicalismo non dispone di grandi apparati, non punta alla conquista del governo e spesso non ha neppure una forza elettorale proporzionata all’influenza che riesce a esercitare. La sua politica si fonda sulle campagne, sui referendum, sulla disobbedienza civile, sulle manifestazioni e sulla capacità di portare all’attenzione dell’opinione pubblica temi che gli altri partiti preferiscono non affrontare. Pannella e Bonino diventano progressivamente i due volti più riconoscibili di questa esperienza, pur essendo molto diversi. Pannella è un leader fisicamente imponente, capace di lunghi monologhi, di digressioni e di provocazioni, con una concezione della politica come mobilitazione continua. Bonino è più minuta, essenziale nel linguaggio, concreta nelle argomentazioni. Lui tende a occupare lo spazio pubblico con la parola; lei a concentrarsi sulla battaglia da condurre. La differenza di carattere e di stile non impedisce una collaborazione destinata a durare quasi quarant’anni.
La prima grande battaglia di Bonino nasce da una vicenda personale. Negli anni Settanta l’aborto clandestino è una realtà diffusa e l’interruzione volontaria di gravidanza è ancora un reato. Bonino ha vissuto personalmente un aborto clandestino e quell’esperienza contribuisce a orientare la sua scelta politica. Nel 1975 partecipa alla nascita del Cisa, il Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, insieme ad altre esponenti radicali e femministe. L’organizzazione fornisce informazioni e assistenza alle donne che cercano di interrompere una gravidanza, rendendo pubblico un fenomeno che la legge non riesce a impedire. La questione, nella lettura di Bonino, è anche sociale. L’aborto clandestino non produce gli stessi rischi per tutte: le donne con maggiori disponibilità economiche possono cercare medici o recarsi all’estero, mentre quelle che non hanno denaro sono spesso costrette a ricorrere a pratiche più pericolose. La clandestinità diventa così anche una questione di disuguaglianza.
Bonino decide di trasformare questa denuncia in disobbedienza civile. Si autodenuncia per procurato aborto e viene arrestata. La scelta è coerente con la tradizione radicale: non nascondere la violazione della legge, ma rivendicarla pubblicamente per dimostrare che quella legge produce una situazione che non può più essere ignorata. “Dopo avere vissuto quell’aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna”, racconterà negli anni successivi. La vicenda privata diventa così una battaglia politica.
La campagna sull’aborto si inserisce in una più ampia stagione di mobilitazioni sui diritti civili. I radicali sono impegnati sul divorzio, sulla contraccezione, sull’obiezione di coscienza, sulla riforma della giustizia e sulla libertà individuale. Il referendum diventa uno dei principali strumenti attraverso i quali cercare di cambiare la legislazione e costringere i partiti a confrontarsi con temi che spesso rimangono fuori dall’agenda parlamentare.
Nel 1976 Bonino entra alla Camera dei deputati. Ha 28 anni. È eletta insieme a Pannella, Adele Faccio, Gianfranco Spadaccia e agli altri candidati radicali. L’ingresso in Parlamento non significa per lei l’abbandono delle campagne. Al contrario, istituzioni e mobilitazione esterna diventano due parti della stessa strategia. Nel 1978 viene approvata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. La norma disciplina l’accesso all’aborto e pone fine alla criminalizzazione dell’interruzione di gravidanza nelle condizioni previste dalla legge. Bonino considera quella legge una conquista, ma non la ritiene priva di problemi. Negli anni successivi continuerà a denunciare soprattutto le difficoltà di applicazione legate all’obiezione di coscienza e il ritardo italiano nell’accesso all’aborto farmacologico.
La battaglia sull’aborto rappresenta però anche qualcosa di più personale e politico: definisce il modo con cui Bonino affronterà molte delle questioni successive. Un’esperienza concreta viene trasformata in una campagna; la campagna in una pressione sull’opinione pubblica; la pressione in una modifica legislativa. Il radicalismo di quegli anni si misura anche su altre questioni. I referendum diventano uno strumento permanente di iniziativa politica. Nel corso dei decenni i radicali raccolgono milioni di firme su divorzio, aborto, finanziamento pubblico dei partiti, servizio militare, caccia, manicomi, nucleare e altri temi. La loro consistenza elettorale rimane generalmente ridotta rispetto ai grandi partiti, ma la loro capacità di imporre questioni al dibattito nazionale è molto maggiore. È questa la particolarità della politica radicale: non cercare necessariamente la maggioranza, ma tentare di spostare il confine di ciò che la politica considera possibile.
Negli anni Ottanta Bonino amplia il proprio campo di azione. Alla difesa dei diritti civili in Italia si aggiunge la lotta contro la fame nel mondo. Nel 1981 promuove un appello contro lo sterminio per fame e contribuisce alla nascita di iniziative internazionali dedicate alla lotta contro la fame e al rapporto tra disarmo e sviluppo.
Il Partito radicale assume intanto una dimensione sempre più transnazionale. Nel 1989 Bonino diventa presidente del Partito radicale transnazionale, incarico che mantiene fino al 1993. La sua attività politica si sposta progressivamente verso i grandi temi internazionali: i diritti umani, la pace, la giustizia internazionale e la condizione delle popolazioni coinvolte nei conflitti. Sono gli anni delle guerre nella ex Jugoslavia. La dissoluzione dello Stato jugoslavo e i conflitti che seguono portano al centro dell’attenzione internazionale la pulizia etnica e i crimini commessi contro le popolazioni civili. Bonino sostiene la necessità di un intervento della comunità internazionale e si impegna per la creazione di strumenti giudiziari capaci di perseguire i responsabili dei crimini. Nel 1993 è tra i fondatori di “Non c’è pace senza giustizia”, organizzazione impegnata nella promozione dei diritti umani, della democrazia, dello Stato di diritto e della giustizia internazionale. Una delle campagne principali riguarda la nascita di una Corte penale internazionale permanente, competente sui crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio.
La battaglia attraversa gli anni successivi e arriva alla conferenza diplomatica di Roma del 1998, quando viene adottato lo Statuto della Corte penale internazionale. La Corte comincerà a operare nel 2002. Nello stesso periodo Bonino si occupa del Tibet e sostiene le iniziative per i diritti e la libertà del popolo tibetano. Nel 1994 guida la delegazione del governo italiano all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per la campagna sulla moratoria della pena di morte.
La sua attività internazionale contribuisce a costruire un profilo che ormai supera quello della dirigente radicale italiana. Nel 1995 arriva la nomina a commissaria europea, indicata dal governo guidato da Silvio Berlusconi dopo le elezioni del 1994. A Bruxelles Bonino si occupa di politica dei consumatori, pesca e aiuto umanitario. È soprattutto quest’ultimo settore a caratterizzare la sua esperienza. La nuova commissaria interpreta il ruolo in modo diretto e decide di visitare personalmente alcune delle aree di crisi nelle quali intervengono le organizzazioni umanitarie europee. Quarantotto ore dopo il suo insediamento parte per l’ex Jugoslavia. Arriva a Sarajevo e Mostar mentre la guerra continua e denuncia l’impotenza dell’Europa e delle Nazioni Unite davanti al conflitto e alla pulizia etnica.
Da quel momento le sue missioni diventano frequenti. Nel 1996 si reca più volte nella regione dei Grandi Laghi, dopo il genocidio in Ruanda. In Somalia il convoglio sul quale viaggia viene attaccato dai guerriglieri di Aidid. In Sudan entra nel Paese sfidando le restrizioni del regime di Khartoum, con l’obiettivo di favorire l’apertura di corridoi umanitari. Nel 1997 arriva in Afghanistan. Il viaggio è dedicato soprattutto alla condizione delle donne sotto il regime dei talebani. Bonino e la delegazione vengono fermati e arrestati per alcune ore. Al ritorno nasce la campagna «Un fiore per le donne di Kabul», attraverso la quale cerca di mantenere alta l’attenzione internazionale sulla condizione femminile nel Paese.
Nello stesso periodo firma, per conto della Commissione europea, la Convenzione di Ottawa contro le mine antiuomo. Nel 1998 è impegnata nelle crisi della Guinea-Bissau, della Sierra Leone e del Kosovo e partecipa alla conferenza diplomatica di Roma che porta all’adozione dello Statuto della Corte penale internazionale.
L’attività internazionale porta Bonino anche a scontrarsi con una parte del movimento pacifista. La sua posizione è quella secondo cui, in determinate circostanze, la comunità internazionale debba essere pronta a usare la forza per fermare guerre e crimini contro l’umanità. È una posizione che emerge soprattutto durante la crisi del Kosovo e che la rende distante da una parte del pacifismo italiano.
Il mandato europeo termina nel 1999 con le dimissioni della Commissione Santer, travolta dalle accuse di frode e cattiva gestione. Bonino torna sulla scena politica italiana ed europea con un profilo ormai consolidato. Quello stesso anno è protagonista di una delle candidature più singolari alla Presidenza della Repubblica. Nasce la campagna “Emma for President”, costruita non soltanto attraverso i partiti ma anche con strumenti tipici delle campagne di opinione: sondaggi, iniziative pubbliche, comunicazione e una forte esposizione mediatica. Il Parlamento sceglie però Carlo Azeglio Ciampi, eletto al primo scrutinio con 707 voti. Bonino ne riceve 15. La candidatura non arriva dunque vicino al risultato, ma contribuisce a consolidare la sua popolarità. Alle elezioni europee dello stesso anno la Lista Bonino raggiunge l’8,5 per cento e Bonino viene eletta al Parlamento europeo.
Con il nuovo millennio la sua attenzione si concentra sempre più sul mondo arabo e sulla promozione della democrazia. Nel dicembre 2001 si trasferisce al Cairo, dove studia lingua e cultura araba. L’esperienza egiziana diventa la base di un impegno più strutturato sulle questioni mediorientali e nordafricane. Nel 2003 avvia su Radio radicale una rassegna quotidiana della stampa araba. Parallelamente si impegna nella campagna internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, StopFgm, cercando di sostenere il lavoro delle organizzazioni africane impegnate contro questa pratica. Nel 2002 rappresenta il governo italiano alla seconda conferenza ministeriale della Community of Democracies, a Seul. Nel 2004 organizza a Sana’a, in Yemen, una conferenza internazionale dedicata a democrazia, diritti umani e ruolo della Corte penale internazionale. Anche in questa fase il suo metodo rimane quello di cercare di aprire spazi di discussione su temi considerati difficili o prematuri.
Nel 2006 Bonino torna alla Camera, eletta con la Rosa nel pugno nella coalizione dell’Unione. Romano Prodi la nomina ministra per le Politiche europee. Nel 2008, dopo la vittoria del centrodestra, viene eletta al Senato e diventa vicepresidente dell’assemblea. È una delle poche figure politiche italiane ad aver ricoperto ruoli di rilievo tanto alla Camera quanto al Senato e nelle istituzioni europee. Nel 2013 torna al governo. Enrico Letta la sceglie come ministra degli Affari esteri nel suo esecutivo di larghe intese. Alla Farnesina si occupa di una fase internazionale complessa, segnata dalle conseguenze delle rivoluzioni arabe, dalla guerra civile siriana, dalle crisi nel Mediterraneo e dalla crescente instabilità del Nord Africa. L’esperienza alla Farnesina dura meno di un anno. Nel febbraio 2014, con la nascita del governo guidato da Matteo Renzi, Bonino viene sostituita da Federica Mogherini.