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Gli hacker possono colpire direttamente le tasche degli italiani? L’allarme per le banche e le assicurazioni

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Se c’è una paura che può paralizzare un Paese è quella che possono percepire i cittadini, considerando l’ipotesi che gli hacker, i principali attori di una guerra ibrida che si sta inasprendo, possano prendere di mira i loro conti correnti. In gioco ci sono i soldi depositati in banca, i risparmi accumulati, il margine di sicurezza faticosamente costruito nel tempo per fronteggiare le emergenze. Se dopo i voli aerei e gli aeroporti, dopo i freezer e i sistemi dei supermercati, l’attacco colpisse le finanze personali, la ‘strategia della tensione’ che si sta progressivamente costruendo, potrebbe innescare un pericoloso trauma collettivo.

Questa volta i rischi sono concreti. Ci sono alcuni passaggi dell’audizione in Parlamento del direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Andrea Quacivi, che lo confermano (qui il video dell’audizione). A partire dalla premessa che la minaccia cibernetica al comparto bancario e assicurativo “è sempre più articolata e complessa e può produrre effetti sull’affidabilità dei servizi, la fiducia dei cittadini e più in generale sulla stabilità del sistema paese”. Parole che pesano e che hanno un riscontro nei dati, che descrivono un incremento della minaccia, legata al sempre più massiccio utilizzo dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione, che ha moltiplicato le fonti di pericolo. Anche se, come nel caso degli allarmi bomba, la chiave di accesso principale per gli hacker resta una banale mail. “La posta elettronica è stato il canale privilegiato degli attacchi cyber a banche e assicurazioni negli ultimi nove mesi” ha evidenziato il Direttore dell’Acn, aggiungendo che pesano anche “l’utilizzo di credenziali precedentemente sottratte e lo sfruttamento di vulnerabilità” informatiche. Quacivi ha rilevato come il problema “non riguarda i singoli operatori ed è per questo essenziale la collaborazione fra istituzioni e autorità, come l’Acn e la Banca d’Italia e le altre”.

Nel complesso, gli eventi cyber rilevati dal CSIRT Italia a carico di soggetti dei settori bancari sono stati 168 (137 bancario, 31 assicurativo), circa quindici al mese; tra questi, 47 (44 bancario, 3 assicurativo) sono stati classificati come incidenti, ovvero eventi con impatto confermato. Nel bancario due terzi degli eventi (64%) sono riconducibili alla criminalità informatica, un terzo (32%) a gruppi hacktivisti e il 4% a soggetti interni; nell’assicurativo prevale nettamente la matrice hacktivista (83%), con eventi costituiti quasi interamente da attacchi DDoS e un impatto confermato in meno di un caso su dieci.

Stiamo parlando di un allarme che, ovviamente, non riguarda solo l’Italia. La preoccupazione si sta diffondendo ovunque e si sta lavorando sulle possibili contromosse. Negli Stati Uniti, i grandi colossi bancari, a partire da JPMorgan Chase e Bank of America, hanno alzato il loro livello di guardia, per contrastare gli agenti AI esterni che possono interagire in modo anomalo con i conti correnti e sottrarre denaro ai clienti. In Europa, il Comitato europeo per il rischio sistemico (ESRB) ha emesso avvisi specifici sulla vulnerabilità del sistema finanziario, spingendo anche il G7 a pianificare esercitazioni congiunte per testarne la resilienza a livello globale.

L’allarme che riguarda le banche e i conti correnti si inserisce in un contesto più ampio di attacchi a infrastrutture critiche. Quando parliamo di ‘guerra ibrida’, facciamo riferimento a una strategia di conflitto che usa strumenti non militari, come attacchi informatici, disinformazione, sabotaggi e pressioni economiche. L’obiettivo, per definizione, sono la destabilizzazione e la confusione. A questo sembrano ispirati gli attacchi coordinati che hanno preso di mira i sistemi di refrigerazione di catene di supermercati e banche del sangue in diversi Paesi dell’Unione Europea, dalla Francia alla Svezia e all’Estonia, evidenziando una strategia mirata a colpire l’approvvigionamento e la fiducia dei cittadini. E se ora l’offensiva si allargasse alle banche, ai conti correnti, e quindi alle risorse private, proprio l’elemento della fiducia potrebbe essere rapidamente compromesso.

C’è un precedente, diverso nell’origine, che gli italiani ricordano e che richiama la stessa apprensione che si può diffondere in questa fase. Gli hacker non c’entrano ma l’impatto sulla fiducia sì. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, il prelievo forzoso del Governo Amato sottrae un importo pari al 6 per mille delle somme presenti su tutti i conti correnti degli italiani. C’è da considerare ovviamente il contesto in cui avviene questa operazione. L’Italia è in piena emergenza finanziaria, con il debito pubblico alle stelle, le casse dello Stato in forte sofferenza, tanto da rischiare di non poter pagare stipendi e pensioni, i tassi di interesse sono elevati e una forte speculazione internazionale sta colpendo la Lira. L’obiettivo di Amato, in quelle ore drammatiche, è raccogliere la liquidità indispensabile per evitare il default dello Stato e tentare di mantenere la lira all’interno del Sistema Monetario Europeo. Una scelta difficile che, andando anche oltre le valutazioni di merito, resta nella memoria collettiva come un forte trauma, perché per la prima volta i cittadini si trovano di fronte al fatto che lo Stato può toccare direttamente, con un prelievo e non attraverso la tassazione, il risparmio privato. Ora, a distanza di venticinque anni, l’ipotesi che il prelievo forzoso possa essere opera di un attacco di guerra ibrida ripropone uno scenario che sembrava confinato nei libri di storia. (Di Fabio Insenga)

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