A dieci anni dalla morte, George Michael torna sul grande schermo nel momento che segnò la sua definitiva consacrazione artistica. “Dovevo credere nella persona, dovevo credere che non ero un falso”, confidava il cantante parlando dell’epoca di Faith, l’album che lo liberò dall’etichetta di ex componente degli Wham! e lo trasformò in una delle più grandi icone pop della sua generazione. Da quel successo e dal conseguente tour nasce ‘George Michael: The Faith Tour’, il documentario di David Austin ed Andrew Morahan nelle sale italiane dal 5 novembre con Universal Pictures. Assemblato a partire da filmati in 35mm riscoperti, precedentemente mai visti e mai ascoltati della sua esibizione del 1988 al Palais Omnisports di Parigi-Bercy, questo nuovo film cattura il principe del pop al culmine della sua forza creativa durante il Faith Tour da record d’incassi. Sapientemente restaurato e rimasterizzato, il doc trasforma un momento culturale determinante in una spettacolare esperienza cinematografica. Ad accompagnare il lungometraggio, il corto originale di Mary McCartney (figlia del grande Paul McCartney) che utilizza audio e immagini inedite del periodo 1986-1988 – l’era ‘Faith’ – per creare una rara e intima capsula del tempo, offrendo una visione nitida e profonda dello stato d’animo di Michael in questo momento fondamentale della sua vita.
Più che un semplice film-concerto, ‘George Michael: The Faith Tour’ è una celebrazione di un artista che, alla fine degli anni Ottanta, si trovava all’apice della propria creatività. Nato dal successo dell’album ‘Faith’, il lavoro che segnò la definitiva emancipazione dall’esperienza con gli Wham!, il tour attraversò 14 Paesi e 60 città, totalizzando 100 spettacoli tra il febbraio 1988 e il luglio 1989 e portando oltre due milioni di spettatori sotto il palco. David Austin, amico d’infanzia e collaboratore di lunga data dell’artista, ricorda come il talento e la creatività di George fossero evidenti fin da bambino. “La differenza tra il ragazzino con il quale sono cresciuto e l’uomo che è salito su quel palco? In realtà, ci sono molte somiglianze. È sempre stato molto creativo. Mio padre costruiva strumenti musicali, quindi a sei anni avevo una chitarra e George suonava la batteria con le bacchette sui cuscini. Abbiamo delle registrazioni di quelle sessioni in cui suonavamo cose come ‘Crocodile Rock’ e ‘Wigwam Bam'”, ha ricordato Austin durante la presentazione a Londra.
Per David Austin, il Faith Tour rappresentò il momento in cui George Michael presentò definitivamente al mondo la sua nuova identità artistica, sostenuta da un’immagine destinata a diventare iconica: la giacca di pelle, la chitarra e gli immancabili occhiali da sole. “Faith è stato il modo in cui lo ha annunciato al mondo. Aveva già ottenuto un certo successo in America e stava diventando un fenomeno globale. Per questo serviva un’immagine molto forte”, ha raccontato Austin. “L’abbiamo ridotta all’essenza del rock’n’roll”. Anche la nascita di quell’estetica, però, fu sorprendentemente spontanea. “La sera delle riprese del video George lavorava con alcuni stylist che non riuscivano a trovare nulla che gli piacesse”, ha ricordato Andy Morahan. “Mi spiegò cosa stava cercando e così uscii con sua sorella Mel lungo Melrose Avenue. Trovammo un negozio chiamato ‘Leathers and Treasures’ dove acquistammo la giacca. Poi attraversammo la strada e, nella vetrina di un banco dei pegni, vidi la chitarra Epiphone: costava appena 40 dollari”. Quegli oggetti sarebbero diventati simboli inseparabili dell’era Faith. “Alla fine avevamo tre giacche e tre chitarre per il tour”, ha spiegato ancora Austin. Eppure, ha sottolineato, la vera forza di George Michael andava ben oltre l’immagine. “Se si guardano i sei singoli estratti da ‘Faith’, sono tutti stilisticamente diversi. Scriveva materiale straordinario e i successi arrivavano uno dopo l’altro. Non c’è niente come un album di successo per creare slancio, ma lui sapeva perfettamente cosa voleva. Artisti come gli Oasis o gli Smiths avevano uno stile ben definito; George, invece, costruì ‘Faith’ come un incredibile mosaico di influenze musicali”. Una varietà che contribuì a rendere l’album un punto di svolta nella sua carriera, consacrandolo definitivamente come artista solista di livello mondiale.
Le immagini restituiscono tutta l’energia del Faith Tour: un pubblico giovanissimo, assiepato fin sotto il palco, completamente catturato dalla presenza di George Michael. Un coinvolgimento che, secondo David Austin, oggi appare quasi sorprendente, in un’epoca in cui gli spettatori spesso osservano i concerti attraverso lo schermo di uno smartphone. Nelle riprese restaurate, invece, si vedono ragazzi che vivono ogni istante dello spettacolo, davanti alla loro superstar, in quella che per molti doveva essere “la serata più bella della vita”. Dietro il recupero di questo materiale c’è stato un lungo e meticoloso lavoro di restauro. Austin ha affermato che, nonostante George Michael Entertainment abbia sempre mantenuto un approccio quasi artigianale alle proprie produzioni, per questo progetto lui e Andrew Morahan hanno scelto di affidarsi ai migliori professionisti del settore. Al montaggio è stato chiamato Ben Wainwright-Pearce, già collaboratore di Taylor Swift, Metallica e James Cameron, mentre il restauro delle immagini è stato affidato all’archivista e specialista Stefan Beckson, che ha curato la pulizia della pellicola e la scansione ad alta risoluzione dei negativi originali.
Secondo Austin, la qualità straordinaria delle immagini deriva anche dal formato con cui il materiale venne girato. La pellicola 35mm, ha spiegato, “possiede una profondità e una ricchezza visiva che il digitale, pur con tutti i progressi tecnologici degli ultimi anni, non riesce ancora a replicare completamente. Le moderne tecniche di ‘color grading’ hanno consentito di intervenire su alcuni dettagli, come la rimozione di elementi indesiderati presenti nell’inquadratura, ma la forza delle immagini era già insita nella fotografia originale, nell’illuminazione e nell’utilizzo di vere ottiche cinematografiche”. Anche sul fronte audio il lavoro è stato estremamente accurato. Morahan ha raccontato che il mixaggio ha richiesto mesi di lavoro, iniziato negli studi Porterhouse e poi proseguito all’Air Studio Two, un luogo particolarmente significativo nella carriera di George Michael. La fase finale è stata completata ad Abbey Road insieme all’ingegnere del suono Simon Hill. “Chiunque abbia lavorato a questo progetto lo ha fatto con una passione assoluta”, ha sottolineato Austin, spiegando come ogni aspetto del film sia stato rifinito nei minimi dettagli seguendo quello spirito perfezionista che ha sempre contraddistinto George Michael. Un approccio che non prevedeva scorciatoie: il lavoro poteva dirsi concluso soltanto quando fosse stato davvero all’altezza degli standard dell’artista.
Ad arricchire il progetto c’è anche ‘Finding Faith’, il cortometraggio firmato da Mary McCartney. Se il doc lo immortala all’apice della sua fama, carismatico, affascinante e pieno di energia, il corto restituisce invece un ritratto più intimo e autentico dell’artista. In particolare, le lunghe conversazioni registrate con il giornalista Tony Parsons, mai pubblicate prima, mostrano un George Michael senza filtri, seduto al tavolo della cucina di un amico mentre riflette sulla propria vita e sulla propria carriera. Attraverso quelle oltre dieci ore di registrazioni emerge un uomo impegnato a fare i conti con sé stesso, con il successo straordinario raggiunto, con le scelte compiute e con il futuro che immaginava per sé. “Volevo mostrare il George privato, vulnerabile e riflessivo e, al tempo stesso era divertente, spiritoso, sexy, dinamico, energico, musicale e aveva una voce straordinaria. Volevo che questo corto includesse quanto fosse dedito alla scrittura delle sue canzoni, alla sua arte, al suo canto e alla creazione dello show più spettacolare possibile”, ha spiegato McCartney. A quasi quarant’anni da quelle storiche esibizioni, ‘George Michael: The Faith Tour’ non è soltanto il racconto di una tournée memorabile, ma l’occasione per riscoprire un artista capace di lasciare un segno profondo nella cultura pop mondiale. Grazie a immagini mai viste prima, a un restauro meticoloso e a testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino, il film restituisce tutta la forza di un momento irripetibile: quello in cui George Michael conquistò definitivamente il mondo.