Il trionfo nel mondiale di Formula 1 di Andrea Kimi Antonelli “è un orgoglio per tutta Italia, ed è stato giustamente celebrato per la giovanissima età, la freddezza, il talento e la velocità pura espressi in pista”. Cambiando prospettiva, guardando dentro l’abitacolo “con un occhio medico, ci rende conto come un pilota di F1 sia un atleta d’élite sottoposto a stress biomeccanici, metabolici e neurocognitivi tra i più severi dell’intero panorama sportivo”. A fare il punto per l’Adnkronos Salute è Andrea Bernetti, ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’Università del Salento.
L’accelerazione gravitazionale a cui i piloti di Formula 1 sono sottoposti durante la guida è impressionante. “Basti pensare come nelle staccate violente e nelle curve veloci, i picchi raggiungono facilmente i 5-6 G. Tradotto in termini semplici – analizza Bernetti – una testa umana, zavorrata da casco e collare di sicurezza, pesa circa 7 chilogrammi; sotto un carico di 6 G laterali, il peso apparente scaricato sul rachide cervicale è altissimo, superando i 40 chilogrammi di trazione. I muscoli del rachide devono quindi sostenere contrazioni sub-massimali per due ore, centinaia di volte a gran premio. Non è solo questione di evitare microtraumi discali o sovraccarichi, infatti la stabilità del collo è vitale per garantire il riflesso vestibolo-oculare: se il capo cede alla forza centrifuga e oscilla, l’immagine retinica si sfoca e il pilota perde la percezione millimetrica della traiettoria. A questo si unisce il severo carico lombosacrale. Il pedale del freno di una monoposto, privo di servofreno, richiede picchi di spinta oltre i 100 kg. Il pilota lo aziona con la gamba sinistra in una postura innaturale, con il bacino inclinato e gli arti sollevati, assorbendo contestualmente le vibrazioni ad alta frequenza del telaio, che aggravano ulteriormente la fatica neuromuscolare paravertebrale”.
Oltre a questi aspetti biomeccanici quali sono quelli più complessi? “E’ probabilmente l’aspetto neurocognitivo a fare la reale differenza tra un ottimo pilota e un campione del mondo. A 330 km/h i tempi di reazione visuo-motoria scendono intorno ai 180-200 millisecondi. Ma – risponde Bernetti, segretario generale della Simfer (Società italiana di Medicina fisica e riabilitativa) – a quelle velocità non si guida di reazione, si guida di anticipo. Fondamentali, a questo proposito, gli studi di risonanza magnetica funzionale (fMRI) condotti su piloti professionisti che evidenziano com il cervello di un campione mostri un’attivazione corticale molto più selettiva e ‘pulita’ e che permette di essere notevolmente più reattivi e precisi. Il pilota è addirittura in grado di avvertire la perdita di aderenza del veicolo, attraverso i propriocettori vertebrali e dai recettori cutanei palmari, frazioni di secondo prima che la vettura scivoli visibilmente. Tutto questo avviene mentre il cuore batte tra i 160 e i 190 bpm e lo stress termico porta a bruciare fino a tre litri di liquidi”.
Come cambia la la preparazione atletica? “Quella moderna ha abbandonato la ricerca dell’ipertrofia per concentrarsi sulla resistenza specifica e sul Dual-Tasking cognitivo-motorio. Oggi – avverte il medico fisiatra – non si allena più solo il ‘collo d’acciaio’ con cavi o caschi zavorrati, i piloti lavorano su pedane propriocettive mentre risolvono compiti visivi complessi su pannelli luminosi reattivi, spesso sotto sforzo metabolico estremo su cicloergometro. L’obiettivo è condizionare il cervello a mantenere intatte le funzioni esecutive decisionali anche quando il corpo è sotto stress”.
Il parallelismo. “Con le dovute proporzioni potremmo anche azzardare un parallelismo affascinante: quello tra gli atleti del motorsport e i chirurghi” – suggerisce Bernetti – “In sala operatoria, durante lunghi interventi complessi, l’equipe medica vive una vera e propria tempesta biomeccanica e cognitiva. Tuttavia, mentre da un lato il pilota subisce un carico dinamico ed esplosivo, il chirurgo, spesso gravato da sistemi ottici ingrandenti e caschetti, patisce un carico cervicale statico estremo, mantenendo il collo in flessione anteriore prolungata. Non a caso, le statistiche più recenti indicano che oltre il 70% dei chirurghi sviluppa disordini muscolo-scheletrici lavoro-correlati, soprattutto cervicalgie croniche. Inoltre, proprio come il pilota modula sterzo e freno al millimetro sotto stress fisiologico, il chirurgo deve mantenere una stabilità manuale estrema. Analizzare i trionfi sportivi, studiare le sollecitazioni estreme in ambito sportivo, spesso fornisce degli spunti di riflessione per elaborare protocolli di prevenzione e recupero applicabili anche fuori dai circuiti”.