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Internisti a confronto sul futuro tra cronicità, cure hi-tech e Ai, congresso a Capo d’Orlando

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Età media over 70, più di 4 malattie croniche a testa. E’ l’identikit di oltre 3 pazienti su 4 ricoverati nelle Medicine interne d’Italia secondo una recente survey della Fadoi, la Federazione delle associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti. Camici bianchi che ogni giorno, negli ospedali da Nord a Sud del Paese, sono primi testimoni dei nuovi bisogni ai quali il Servizio sanitario nazionale è chiamato oggi a rispondere. Dalla trincea della complessità, gli internisti chiedono da tempo di adeguare la classificazione dei loro reparti all’intensità di cura che erogano. Vogliono “contribuire a un salto di qualità nel funzionamento del Ssn”, per ridisegnare un sistema davvero in grado di prendersi cura dei nuovi malati. Si può riassumere così l’obiettivo del congresso ‘Il futuro della medicina interna: tra complessità, nuove tecnologie, intelligenza artificiale ed umanizzazione’, in programma dall’8 al 10 ottobre a Capo d’Orlando in provincia di Messina.

Fra i promotori della 3 giorni c’è Antonino Mazzone, ex direttore del Dipartimento di Area medica e Continuità assistenziale e della Struttura complessa di Medicina interna dell’Asst Ovest Milanese. Messinese di Naso, all’ospedale di Legnano ha trascorso gli ultimi 26 anni di una lunga carriera di internista innamorato del mestiere che ha scelto. “La medicina interna è quella che non cura le malattie, bensì i malati”, è il suo mantra. “La Medicina interna è il cervello dell’ospedale”, regista dei percorsi di diagnosi e cura, prima destinazione dei pazienti in arrivo dai Pronto soccorso. Dal 2 settembre Mazzone è in pensione, ma non si ferma. Torna a casa e con il meeting siciliano rilancia la centralità della disciplina a cui ha dedicato la vita. Con lui presiedono l’evento Salvatore Di Rosa, primario di Medicina interna per più di vent’anni e già direttore generale dell’azienda ospedaliera Villa Sofia di Palermo, e Carlo Nozzoli, direttore di Medicina interna I dell’azienda ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze.

“Il congresso cercherà di affrontare i temi innovativi e strategici che cambieranno l’assistenza e l’organizzazione sanitaria nei prossimi anni”, affermano Di Rosa, Mazzone e Nozzoli. Temi che vedono la medicina interna in prima linea. “Le malattie afferenti alla Medicina interna rappresentano infatti la principale causa di morte a livello globale”, sottolineano gli specialisti. “Includono cardiopatie, ictus, cancro, diabete, malattie respiratorie croniche, malattie mentali, disturbi muscolo-scheletrici, patologie dell’apparato gastrointestinale, difetti della vista e dell’udito, nonché malattie genetiche”, elencano. “Queste patologie – spiegano gli esperti – possono avere origine in età giovanile e richiedono decenni per manifestarsi clinicamente. Data la loro natura, necessitano di assistenza a lungo termine, ma presentano anche numerose opportunità di prevenzione”, priorità per un Servizio sanitario nazionale più efficiente e sostenibile. “I principali fattori di rischio” delle malattie di competenza internistica “sono comuni e modificabili: alimentazione poco sana, consumo di tabacco, abuso di alcol e sedentarietà, comportamenti che possono portare a rischi intermedi come ipertensione, glicemia elevata, colesterolo alto e obesità. Tuttavia, esistono anche fattori di rischio non modificabili, come età e predisposizione genetica”. Ancora, “le malattie croniche sono influenzate da determinanti impliciti, spesso definiti ‘cause delle cause’, che riflettono forze sociali, economiche e culturali. Questi includono globalizzazione, urbanizzazione, invecchiamento della popolazione e politiche ambientali”. Da qui il ruolo della medicina interna rivendicato dai promotori del summit: una specialità protagonista e ‘laboratorio’ di prevenzione e innovazione, con uno sguardo attento all’Ai che avanza.

I presidenti presentano alcune delle relazioni più attese del congresso di Capo d’Orlando, organizzato da Coop Servizi Sociali. Di terapia genica delle anemie rare palerà Domenica Cappellini, già presidente della Federazione europea di medicina interna (Efim), storica responsabile del Centro di Malattie rare della Fondazione Irccs Policlinico di Milano, recentemente incoronata come migliore ematologa dal premio Ferrata. Cambia la cura dell’anemia (soprattutto falciforme e talassemia), grazie alla possibilità di modificare le cellule staminali del paziente prelevandole, correggendo il difetto genetico in laboratorio con strumenti come le ‘forbici molecolari’ Crispr-Cas9 per riattivare l’emoglobina fetale o inserendo un gene sano, e reinfondendole dopo una chemio preparatoria per eliminare le cellule malate. Si offre così una cura potenzialmente duratura. Si discuterà anche di un’altra patologia rara, l’ipoparatiroidismo, e di una nuova terapia che promette una svolta nella storia clinica dei pazienti. Riflettori puntati poi sull’immunoterapia: addestrare i ‘soldati immunitari’ del paziente a riconoscere, stanare e attaccare le cellule tumorali che spesso riescono a nascondersi o a inibire le difese naturali dell’organismo. Farmaci specifici come gli inibitori dei checkpoint immunitari bloccano i segnali che il cancro usa per ‘spegnere’ i linfociti T, mantenendoli ‘svegli’ per combattere la malattia. Un approccio diverso dalla chemioterapia perché non attacca direttamente il tumore, ma stimola le difese interne per distruggerlo. Tra i relatori al meeting Carmelo Carlo-Stella, professore di Ematologia e direttore della Scuola di specializzazione in Ematologia all’Humanitas University, direttore della Divisione di Ematologia dell’Irccs Humanitas Research Hospital di Rozzano (Milano).

Durante i lavori verranno illustrati nel dettaglio i risultati ottenuti dalla ricerca traslazionale in vari campi della medicina: diabete, malattie polmonari, patologie cardiovascolari, malattie rare fra cui l’amiloidosi, patologie reumatologiche e oncologiche. Con uno sguardo alla sfida dell’Ai, tra luci e ombre. Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano, tratterà dell’uso dell’intelligenza artificiale in ambito medico. L’Ai permette di riformulare le domande che la scienza si pone per ottenere i massimi benefici scientifici e clinici; offre inoltre la possibilità di un confronto e un interscambio continui fra i ricercatori, e i metodi della Data Science possono essere utilizzati per estrarre ed evidenziare ulteriori informazioni da osservazioni e dati clinici esistenti. Dall’altra parte, però, l’intelligenza artificiale sta trasformando la medicina non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche culturale, cognitivo ed etico.

Lo spiega bene Salvatore Corrao, professore ordinario di Medicina interna all’università degli Studi di Palermo e direttore del Dipartimento di Medicina clinica e della Uoc di Medicina interna dell’Arnas ospedali Civico-Di Cristina-Benfratelli, relatore al congresso. Nel suo libro ‘Curare con intelligenza – L’intelligenza artificiale tra sapere medico e decisione umana’, Corrao ricorda che l’Ai non sostituisce il medico: lo affianca, ampliandone la capacità di leggere dati complessi, riconoscere pattern diagnostici, prevedere rischi clinici e gestire l’incertezza. Ma l’intelligenza umana resta decisiva, perché l’Ai è ‘smart’ soltanto se lo è l’uomo che la usa. All’irruzione dell’intelligenza artificiale nel rapporto medico-paziente sarà dedicata la riflessione di Alberto Scanni, uno dei volti più noti dell’oncologia italiana, già direttore generale dell’Istituto nazionale tumori di Milano, già fondatore e presidente della Società italiana di psiconcologia e del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo), presidente onorario dell’associazione ‘Progetto Oncologia Uman.A’ che ha fondato. Ai tempi dell’algoritmo, è il messaggio degli esperti a convegno, torna imperativo parlare di umanizzazione della medicina e di approccio olistico. Lo stesso che la medicina interna coltiva da sempre: una visione a 360 gradi del paziente, che va ascoltato, capito e curato nella sua complessità.

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