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Da Paolo Mieli a Mauro Corona, le novità in libreria

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Ecco una selezione delle novità in libreria, tra romanzi, saggi, libri d’inchiesta e reportage, presentata questa settimana dall’AdnKronos.

E’ in libreria con Rizzoli l’ultimo saggio di Paolo Mieli, ‘Il grande inganno’. “Il secolo che abbiamo alle spalle – scrive il giornalista e storico – preceduto da centocinquant’anni di incubazione di quel mix di progresso e violenza, si sta rivelando più lungo di quel che credevamo. Lunghissimo. Ha scavalcato il millennio. E adesso si ripresenta come un secolo infinito. Con nuove guerre. Un progresso delle democrazie zeppo di inciampi. E nessuna certezza sulle prospettive di un’evoluzione radiosa. Tutto trae origine da un grande inganno”. Li troverete in queste pagine, in una scansione di saggi e casi specifici, molti degli inganni – e degli autoinganni – a cui Paolo Mieli fa riferimento.

Con il rigore del grande storico e lo spirito sempre tagliente dell’esperto polemista, Mieli indica con decisione un elemento che i nostri tempi ci hanno “sbattuto in faccia”: la storia non è finita negli anni Novanta del secolo scorso, come si è troppo spesso e troppo a lungo sostenuto, ma ha al contrario vissuto un’accelerazione. Eccoci, quindi, nel secolo infinito, un Novecento che dura tutt’oggi con la sua eredità di conflitti, divisioni, violenza, distruzione. Da figure mitiche come quella di Ercole fino al conquistatore Alessandro Magno, dai viaggi di Marco Polo alle posizioni protofemministe di Lutero, dal Risorgimento (tradito?) alle pagine più scivolose del crollo del regime fascista, Il grande inganno riesce a smascherare fallacie storiche e approcci fuorvianti, offrendo al lettore più attento una cassetta degli attrezzi per agire nel presente, e leggerlo. Perché, come conclude Mieli, “è troppo presto per elaborare teorie su come mettere in armonia l’intero mondo d’oggi. E, tanto meno, quello di domani. Ma non è presto per metterci al riparo dagli inganni”.

Arriva in libreria il 15 settembre con Bompiani ‘Felice’, il nuovo libro di Mauro Corona. Felice: quando ti battezzano con un nome come questo, il destino è fin da subito una sfida. Ma Felice e i suoi fratelli, Mauro e Richeto, sono troppo piccoli per saperlo. Sanno soltanto che la mamma all’improvviso se n’è andata, lasciandoli alla mercé di un padre incattivito dall’alcol e, a vegliare su di loro, soltanto le cime aguzze delle Dolomiti e una piccola biblioteca di libri che sarà la salvezza di Mauro. L’infanzia trascorre così, in mezzo a una natura che chiede di crescere in fretta, per misurarsi con la roccia e con il vento. Felice si fa grande in un lampo, non ha ancora diciott’anni ed è già alto quasi due metri. Armato soltanto della sua giovinezza, parte per la Germania in cerca di fortuna. Promette ai fratelli che guadagnerà i soldi per comprarsi un bel vestito, che a Mauro porterà un orologio… È il 1968, i giovani si preparano a cambiare il mondo. L’avventura di Felice Corona, invece, finisce sul bordo di una piscina, dove viene trovato morto pochi mesi dopo la sua partenza.

A quasi sessant’anni da quel giorno, mentre la notte avvolge la valle del Vajont, Mauro Corona trova il coraggio di misurarsi con questa assenza. Lo fa con la forza della sua scrittura: come i poeti antichi, osa varcare la soglia del regno dei morti per incontrare Felice e affida a lui il compito di raccontare la propria storia. Da un aldilà immaginato come un’immensa solitudine, in cui le anime vagano nel vento, Felice non fa sconti. Costretto, come lo sono i morti, a dire la verità, non risparmia al fratello le parole più dure e sincere, facendogli da specchio in un confronto crudele. Ma al tempo stesso rievoca gesti e memorie nei quali chiunque porti nel cuore la nostalgia per un destino spezzato potrà trovare qualcosa di sé. Ne nasce un libro potente e spietato, ma anche intriso di una dolcezza segreta e di un’addolorata umanità.

Mondadori manda sugli scaffali ‘John figlio di John’, il terzo romanzo dello scrittore scozzese-americano Douglas Stuart. Senza un soldo e senza aver ottenuto grandi risultati dagli anni passati all’accademia d’arte, John-Calum Macleod torna a casa, sull’isola di Harris, nelle Ebridi Esterne. E scopre che nulla è cambiato, tranne lui. Nella fattoria sferzata dal vento dove è cresciuto, Cal riprende controvoglia la sua vecchia vita, incastrato fra i due poli della sua infanzia: il padre John – allevatore di pecore, tessitore di tweed e pilastro della locale chiesa presbiteriana – e la nonna materna Ella, una donna di Glasgow dalla lingua tagliente che da decenni mantiene una fragile pace con il genero.

Mentre Cal si domanda se tra le brulle colline della sua terra si nascondano altri uomini solitari, John osserva con sgomento quel figlio dai capelli lunghi che non pare avere alcuna intenzione di redimersi. Con il passaggio dalla stagione dell’agnellatura a quella della tosatura, ogni equilibrio sembra sul punto di spezzarsi, e i fili che tengono unita questa piccola comunità si fanno sempre più intrecciati, fino a stringersi in nodi inestricabili. John figlio di John è un romanzo straordinario sul dovere, la pazienza e il potere trasformativo della verità. Un’opera magnifica che, come ha scritto l’”Observer”, è “il lavoro letterario più compiuto di Stuart fino a oggi”, e che mostra l’autore all’apice della sua forza creativa.

E’ in libreria con Einaudi ‘Storie di fantasmi’ di Siri Hustvedt. A fine aprile 2024, Paul Auster muore nella sua casa di Brooklyn, circondato dagli affetti. Nella stessa casa, qualche giorno dopo, Siri Hustvedt comincia a scrivere un libro. Non lo scrive per scelta, ma per bisogno. Il bisogno di conservare sulla pagina qualcosa dell’uomo con cui ha condiviso quarantatre anni, ma soprattutto di fare i conti con un’assenza palpabile che sembra portare a compimento uno degli ultimi desideri di Auster: quello di essere un fantasma. Cosí, nel tempo sospeso del lutto, Hustvedt vacilla tra le allucinazioni e la memoria, e l’impossibile addio al compagno di una vita si traduce in un viaggio struggente e doloroso tra le istantanee del passato.

Cuciti insieme, in un mosaico di ricordi, ci sono pagine di diario, una serie di e-mail da ‘Città del Cancro’, in cui Siri aggiorna gli amici sullo stato di salute di Paul, ma anche il racconto dei loro primi incontri, le ‘cose orribili’ che si sono trovati ad affrontare, la quotidianità semplice e commovente di due scrittori che mettevano su carta i loro sogni e se li leggevano ad alta voce sulle poltrone verdi del soggiorno. E poi c’è lui, Paul Auster o il suo fantasma, che ci regala le ultime trentacinque pagine della sua vita di scrittore: sette lettere indirizzate a Miles, il nipotino appena nato, col desiderio di mettere nero su bianco tutto ciò che non ci sarebbe mai stato il tempo di dire – sulla sua famiglia, l’America, la vita. È questo, il vero coup de théâtre, un dialogo postumo che rievoca il duetto di una vita: rieccoli, Siri e Paul, che ancora una volta ci insegnano che la scrittura, insieme all’amore, sa tenere sotto scacco persino la morte.

Sellerio manda sugli scaffali ‘Cuore di mandorla’ di Yasmina Khadra. La vita non è stata clemente con Nestor, non gli ha mai risparmiato nulla, a partire dall’abbandono della madre incapace di sopportare la diversità del figlio. La sua salvezza, sin da bambino, è stata la nonna Bernadette, insegnante di lettere in un liceo parigino, che lo ha accolto e cresciuto nell’appartamento di Montmartre dove, grazie alla modesta pensione dell’anziana, abitano ancora assieme. Nestor ha trentun anni, è nato nano, e anche se continuamente umiliato e deriso, marginalizzato e compatito, non si è mai arreso. È continuamente alla ricerca di nuove occasioni per migliorare la loro quotidianità, barcamenandosi per le strade del vicino quartiere di Barbès, dove si intrecciano fragilità, disperazioni e storie da tutto il mondo. E coltivando nel segreto il sogno inconfessabile di diventare scrittore. Qualcosa, però, sta per travolgere ancora una volta la vita di Cuore di mandorla, come tutti gli amici chiamano Nestor. La nonna, quasi novantenne, dà segni di cedimento, inizia a perdere ricordi e lucidità, e il nipote vede all’orizzonte la ricomparsa minacciosa della madre, pronta a rinchiudere Bernadette in una casa di riposo, a vendere l’appartamento e ad abbandonare il figlio al proprio destino.

A Nestor restano solo la forza violenta dei propri sogni, i legami indissolubili delle amicizie e le parole che gli ha insegnato la nonna. Quelle stesse parole che getterà su carta per gridare la sua furiosa voglia di vivere. Sullo sfondo di una Montmartre dentro cui sfilano i personaggi più singolari, ricettatori, poliziotti, asceti e prostitute, la voce di Nestor diventa un’ode alla solidarietà e al coraggio, fuori da ogni retorico pietismo, in cui trionfa il potere della scrittura e dell’amicizia. Con questo romanzo disincantato che ha la grazia di un’opera di Roman Gary, Yasmina Khadra, uno dei più importanti scrittori francofoni dei nostri tempi, ci consegna un personaggio memorabile e un affresco di un’umanità sofferente, sommersa, dimenticata, ma allo stesso tempo sfavillante e salvifica.

Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, è uno scrittore nato in Algeria nel 1956. Reclutato alla scuola dei cadetti a nove anni, è stato ufficiale dell’esercito algerino. Dopo aver suscitato la disapprovazione dei superiori con i suoi primi libri, ha continuato usando come pseudonimo il nome della moglie. Nel 1999 ha lasciato l’esercito svelando così la sua vera identità e ha scelto di vivere in Francia. In Italia sono pubblicati molti dei suoi romanzi, tra cui i due noir ‘Morituri’ (1998) e ‘Doppio bianco’ (1999), e ‘Quel che il giorno deve alla notte’ (2009), miglior libro del 2008 per la rivista letteraria ‘Lire’ (adattato a film nel 2012). Con Sellerio: ‘Gli angeli muoiono delle nostre ferite’ (2014), ‘Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini’ (2015, 2022), ‘L’ultima notte del Rais’ (2015), ‘L’attentato’ (2016), dal quale è stato tratto il film di Ziad Doueiri, ‘Dio non abita all’Avana’ (2017), ‘Khalil’ (2018), ‘L’affronto’ (2021), ‘Le rondini di Kabul’ (2021), ‘Il sale dell’oblio’ (2022), ‘Cosa sognano i lupi’ (2024), ‘I virtuosi’ (2025) e ‘Cuore di mandorla’ (2026.).

E’ in libreria con Adelphi ‘I tre delitti dei miei amici’. All’incrocio tra reportage, cronaca nera e quello che oggi chiameremmo autofiction, ‘I tre delitti dei miei amici’ rappresenta un unicum nella produzione narrativa di Simenon. Il quale insistette non poco affinché il sottotitolo ‘Storia vera’ comparisse sul frontespizio del volume, pubblicato nel 1938 da Gallimard (che invece, per tutelarsi da guai giudiziari, preferì spacciarlo per un romanzo), dove aveva raccolto gli articoli commissionatigli un anno prima dal settimanale ‘Confessions’, sempre alla ricerca di vicende sensazionali e possibilmente torbide. E torbidi lo erano davvero, i tre faits divers i cui protagonisti lo stesso Simenon aveva frequentato a Liegi nel corso della sua giovinezza: il suicidio del pittore Joseph Kleine sotto il portico della chiesa di Saint-Pholien; l’assassinio per mano di Ferdinand Deblauwe del ballerino di locali notturni Carlos de Tejada; e il triplice omicidio a opera di Hyacinthe Dans dell’amante, della madre e del suo ex confessore.

Tre naufragi esistenziali che Simenon vede quasi come un’immagine rovesciata del proprio percorso di affermazione e di successo – tanto più nella consapevolezza di aver sfiorato egli stesso la tentazione, o il rischio, della perdizione, e chiedendosi ogni volta: perché loro e non io? Del resto, descrivere la discesa agli inferi di molti dei suoi personaggi romanzeschi sarà anche un modo per mettere in scena, e al tempo stesso esorcizzare, le sue paure e le sue ossessioni più profonde.

Sarà in libreria con Gramma Feltrinelli dal 15 settembre ‘Nella palude del padre’ di Eraldo Affinati.Un giorno lo scrittore riceve da una signora sconosciuta una fotografia che ritrae suo padre bambino, seduto insieme alla sorellina ai piedi di tre donne, fra cui la nonna, Elisa Affinati. Con la camicetta bianca immacolata, i capelli a caschetto, la mano destra poggiata sul polso sinistro, in un gesto di autoprotezione, il padre gli appare isolato dal consorzio familiare, solo al mondo come nessun altro, la boccuccia chiusa, gli occhi tristi, i piedini affondati nell’erba.

L’immagine, struggente e inaspettata, è all’origine di questo commovente, magistrale romanzo autobiografico. Nel 1930 Elisa muore di malattia a soli trentasei anni lasciando i due piccoli, entrambi non riconosciuti, privi di sostegno. Il libro racconta le loro vite sullo sfondo dell’Italia del Novecento: dal fascismo alla lotta partigiana, dalle speranze del secondo dopoguerra fino ai conflitti dei nostri giorni. Una vicenda dolorosa di passioni recise, delusioni, amarezze, sogni infranti e avventure segrete, ma anche una storia di possibile riscatto e sorprendente redenzione in terra africana attraverso il ritrovamento dei nomi perduti e di quelle stesse parole che i genitori non erano riusciti a dire a se stessi, prima ancora che ai loro figli. Il dramma dell’identità negata orienta da sempre la passione letteraria e pedagogica dell’autore di Campo del sangue e altre celebrate opere, impegnato a superare la propria inquietudine adolescenziale nell’aiuto ai minorenni non accompagnati provenienti da tutto il mondo. Nel dare conto di questo percorso esistenziale, con lo stile intenso che da sempre lo caratterizza, Eraldo Affinati affronta ora in questo libro i temi di tutta la sua opera: la riflessione sul male umano, cosa significa essere padri e madri, il valore dell’istruzione, quale senso dobbiamo attribuire al nostro stare al mondo, come sia possibile vincere la solitudine e l’indifferenza.

“Padre mio, dimmi come mi devo comportare, dammi le indicazioni migliori, spiegami tutto: cosa è sbagliato e cosa è giusto, io, più che ascoltarti, ti guardo e prendo atto, mastico e deglutisco, mangio e sputo, fammi capire chi sei e chi sono, dove stiamo andando e come finirà”.

Sarà sugli scaffali dal 15 settembre “Oltre il silenzio. Un’indagine per la capitaine Maupassent’ dello scrittore italo-francese François Morlupi. Dominique Maupassent è giovane, bella, ha un cognome ingombrante e un padre potente: troppe cose da farsi perdonare. Capitaine della polizia di Parigi e figlia del ministro dell’Interno, ogni giorno fa i conti con sospetti, allusioni e sguardi pronti a mettere in discussione ogni suo risultato. E poi c’è la sordità: per molti un punto debole, per lei un modo diverso – e spesso più acuto – di interpretare il mondo. Dominique legge i labiali, osserva ogni espressione, coglie sfumature che agli altri sfuggono. Sulla scena del crimine, dove il caos confonde e ogni dettaglio può rivelarsi decisivo, quella capacità diventa la sua risorsa più preziosa. All’alba di una domenica di settembre, il corpo di Jean Dupont, notaio dell’alta società, viene ritrovato su una panchina di place des Vosges. Tre colpi di pistola: un’esecuzione. Sul cadavere è posato un quotidiano di due anni prima. Un messaggio, forse, destinato a chi saprà decifrarlo.

Mentre polizia e media premono per una soluzione rapida, Dominique fa quello che la vita le ha insegnato: ascolta ciò che gli altri preferiscono ignorare. In una città che corre senza tregua – dove l’élite degli intoccabili, i pendolari e i casseurs delle periferie si sfiorano senza incontrarsi davvero – dovrà misurarsi non soltanto coi fantasmi delle vittime, ma anche coi propri. Dopo il successo della serie dei Cinque di Monteverde, Morlupi ambienta nella sua seconda patria un noir teso e contemporaneo, dal profondo respiro umano. In una Parigi seducente e crudele, segnata da ambizioni, rapporti di forza e ferite mai del tutto rimarginate, costruisce un’indagine in cui la verità non grida: affiora lentamente, nei dettagli che non tornano, nelle parole trattenute e nelle esitazioni di chi mente.

E’ in libreria con Solferino ‘Omero non deve morire’ di Oscar Farinetti con Piercarlo Grimaldi. Nell’era della parola manipolata, tradita, dispersa, vuota, il racconto e la spiegazione del mondo ci possono ancora salvare? Il nostro è un tempo fragile, segnato da fratture profonde. Abbiamo smarrito l’equilibrio e siamo assediati da paure e confusione. Le parole non sembrano tanto aiutarci, anzi ci bersagliano dai media e dai social, sempre più ininfluenti rispetto alla gravità delle questioni ‘reali’. In quest’epoca di comunicazione dirottata dalle oligarchie digitali, il linguaggio è ormai diventato un problema? Al contrario: è parte essenziale della soluzione. Ciò che serve è infatti un Omero dei nostri giorni che ci convinca che è giunto il momento di cambiare abitudini, di uscire da un sonno caotico e ipocrita.

Attraverso storie, memorie e visioni che intrecciano Langhe e mondo globale, tradizione contadina e rivoluzione digitale, Oscar Farinetti e Piercarlo Grimaldi indagano la crisi antropologica del linguaggio e dei valori che lo abitano – dalla democrazia all’antifascismo – minacciati da superficialità, disuguaglianza e perdita di senso. Tuttavia, il loro non è un canto nostalgico: è una chiamata all’azione, perché salvare la parola significa salvare l’umano. Basta con l’afasia di fronte all’ingiustizia, basta con la trasformazione del dialogo in rissa, basta con la svalutazione della parola. Queste pagine disegnano un programma per recuperare il senso della comunità e la capacità di tessere narrazioni in grado di unire anziché dividere, di costruire anziché distruggere.

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