“Credo che la narrazione sia completamente cambiata in termini di rilevanza storica della Palestina e dei legami tra i sionisti, l’America e la nostra politica. Questa è stata una grande rivelazione per molte persone. Nessuno aveva mai capito davvero quanti soldi gli Stati Uniti donino a Israele“. Lo ha detto l’attrice premio Oscar Susan Sarandon, durante la conferenza stampa del film ‘The Echo Chamber’, in concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia, rispondendo a una domanda su come Hollywood stia percependo il conflitto. L’attrice, che nel 2023 è stata allontanata dalla sua agenzia UTA in seguito a dichiarazioni rilasciate durante una manifestazione pro-palestinese, ha parlato delle conseguenze professionali delle sue posizioni. “Di recente mi sono stati ancora tolti dei film perché ci sono agenzie che continuano a dire di non ingaggiarmi. Ma questa è la struttura del potere. A livello personale e soprattutto internazionale, mi senta ben accolta”, ha rivelato l’attrice.
‘The Echo Chamber’ (dal 10 settembre nelle sale con 01 Distribution) è il film del regista italiano Andrea Pallaoro, girato in Italia e Belgio. Sarandon è la protagonista di questo dramma romantico, tratto dall’ultima sceneggiatura inedita di Bernardo Bertolucci, al fianco di Luca Marinelli e Alicia Vikander. Sarandon ha poi ringraziato Pallaoro, per averla voluta nel cast nonostante le pressioni: “Ringrazio Andrea per questo, perché lui non dà ascolto agli avvertimenti”, ha detto. “C’è stato un cambiamento per quanto riguarda l’opinione pubblica in generale, ma ci sono ancora posizioni nel mio settore occupate da sionisti che non hanno smesso di nutrire sentimenti negativi nei miei confronti – ha proseguito Sarandon – Ma ho trovato la mia famiglia, ho trovato la mia gente e sto bene”.
“Penso che i festival siano molto importanti. Ma non credo che alla Mostra del Cinema di Venezia si deciderà che cosa accadrà nel genocidio in Palestina. Per me tutti i film sono politici: o mettono in discussione oppure rafforzano lo status quo. Per anni, ogni volta che vedevi un medico sullo schermo, in America, doveva essere bianco. Ora non è più così. E ogni persona di colore veniva rappresentata come tossicodipendente o qualcosa di simile. Sono immagini che oggi possiamo finalmente mettere in discussione e sostituire con storie diverse, e il racconto è fondamentale”, ha detto Sarandon rispondendo ad una domanda sul ruolo dei festival dal punto di vista politico per la causa palestinese.
Negli ultimi anni, ha osservato l’attrice, “sono stati realizzati diversi film in Palestina o da registe palestinesi, per lo più donne. Numerosi documentari hanno svolto un ruolo enorme nell’informare il pubblico su un tema che, per buone ragioni, quasi nessuno conosceva o comprendeva davvero, soprattutto negli Stati Uniti. Raccontare storie e offrire la possibilità di empatizzare con una persona o una cultura con cui non ci si aspettava di entrare in sintonia è un miracolo. E per questo sono molto grata”.
“Hanno dato dell’antisemita a Mark Ruffalo per sviare l’attenzione sulla fusione, che causerà problemi alla gente”, ha affermato l’attrice parlando del collega Ruffalo dopo che Paramount Skydance lo ha accusato di aver utilizzato “stereotipi antisemiti” nella sua critica alla fusione con Warner Bros. Discovery. L’attore aveva sottolineato i legami tra Paramount Skydance – guidata dall’amministratore delegato David Ellison – e Oracle, la società tecnologica fondata dal padre di quest’ultimo, Larry Ellison, e l’establishment della difesa di Israele. Ruffalo aveva inoltre accusato la famiglia Ellison di essere “complice del genocidio” dei palestinesi. “La questione dell’antisemitismo è ormai agli sgoccioli, è stata abusata. Non si può continuare a parlare di antisemitismo per qualsiasi cosa, il che è terrificante perché l’antisemitismo esiste davvero”, ha concluso Sarandon.