Un arresto all’età di quindici anni, una denuncia presentata dal padre e un fascicolo della gendarmeria granducale rimasto per oltre un secolo e mezzo negli archivi. È il quadro che emerge dal volume “Giosuè Carducci. Scrittore, politico, massone” (Bastogi), nel quale lo storico Aldo A. Mola, studioso della Massoneria, ricostruisce un episodio finora poco noto della giovinezza del futuro poeta Premio Nobel per la Letteratura, insignito nel 1906.
Secondo la documentazione esaminata da Mola all’Archivio di Stato di Roma e pubblicata nel volume, il 26 luglio 1850, alla vigilia del suo quindicesimo compleanno, Giosuè Carducci (1835-1907) venne arrestato a Firenze insieme al fratello minore Dante in seguito a una denuncia del padre Michele. In un rapporto riservato della gendarmeria si afferma che i due giovani avevano maltrattato il genitore “perché contrario alle lor massime repubblicane”. La relazione della Delegazione di Governo del quartiere di Santo Spirito del Granducato di Toscana riferisce inoltre che Michele Carducci avrebbe dovuto “salvare in casa la propria vita” poiché il figlio Giosuè gli sarebbe “improvvisamente andato a dosso con un ferro chirurgico”. Interrogato dalle autorità di polizia, il giovane avrebbe risposto che la legge non consentiva di punire figli “che non avevano altra pecca di non amare il proprio padre”.
Dante, allora tredicenne, fu rilasciato la sera stessa perché ritenuto dal padre “meno colpevole”. Giosue, invece, venne trattenuto in una “stanza di sequestro”, definita in un altro documento “camera di forza”.
L’episodio, spiega Aldo A. Mola all’Adnkronos, si colloca negli anni successivi ai moti del 1848-1849, quando il Granducato di Toscana aveva ripristinato un rigido controllo sull’attività politica. Michele Carducci, già colpito nel 1831 da un provvedimento di relegazione per le sue passate simpatie carbonare, avrebbe temuto che l’attivismo politico del figlio maggiore attirasse nuovamente l’attenzione delle autorità.
Secondo l’interpretazione proposta da Mola, la vicenda rappresenta una chiave di lettura della formazione del futuro poeta, segnato fin dall’adolescenza dal conflitto tra impulso ribelle e ricerca di disciplina. Dopo l’arresto, Carducci tornò agli studi e, nell’autunno del 1850, compose alcune delle sue prime poesie, tra cui “A la sventura”, “Il delirio del Trovatore” e “La mia vita”, nelle quali emerge anche il forte legame con la madre.
Lo storico osserva inoltre che Carducci non parlò mai pubblicamente di questo episodio. Anni dopo respinse infatti la richiesta dello scrittore Onorato Roux di raccogliere ricordi della sua giovinezza, evitando di affrontare una pagina che, secondo la ricostruzione di Mola, rimase volutamente nascosta fino al ritrovamento dei documenti d’archivio. (di Paolo Martini)