L’annuncio di imminenti nuove operazioni militari contro l’Iran, poi la marcia indietro motivata con richieste arrivate dallo stesso Iran e da Arabia Saudita, Emirati arabi uniti e Qatar. Poi ancora le dichiarazioni sulla ripresa di colloqui oggi stesso. Tutto da Donald Trump al quale Teheran non ha tardato a rispondere. “Al momento non siamo impegnati in negoziati con gli Stati Uniti“, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, in dichiarazioni riportate dall’agenzia iraniana Mehr in cui ha sottolineato come attualmente ci siano colloqui in corso “solo” tra Iran e Oman per arrivare a un’intesa sul transito sicuro nello Stretto di Hormuz.
Negli oltre cinque mesi passati dall’inizio del conflitto, Trump è più volte arrivato a simili situazioni, minacciando di scatenare l’inferno e poi annunciando un imminente negoziato con la Repubblica islamica, sintetizza il New York Times. “Un vicolo cieco è la spiegazione migliore che mi sia venuta in mente”, ha commentato Khaled Elgindy del Center for Contemporary Arab Studies della Georgetown University. Il tycoon, ha aggiunto, “sembra andare nella direzione dell’ultima persona con cui parla, ovvero Mbs, e prima ancora Benjamin Netanyahu“.
Trump e il premier israeliano si sono visti alla Casa Bianca il 28 luglio, cinque mesi dopo quel 28 febbraio in cui Usa e Israele avviarono operazioni militari contro l’Iran a cui Teheran non ha mancato di rispondere prendendo di mira obiettivi nei Paesi del Golfo. Poi, poche ore dopo, le notizie sull’incontro tra Trump e il ministro saudita della Difesa, Khalid bin Salman, dopo i raid di Usa e Arabia Saudita contro milizie filo-iraniane in Iraq. E poi ancora nel fine settimana il tycoon ha sentito il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dopo che sabato c’era stato un colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il capo della diplomazia saudita, Faisal bin Farhan. Mbs, secondo un ex funzionario Usa di alto grado e altri funzionari citati dal giornale, ha ‘influenzato’ Trump affinché non andasse avanti, non desse l’ordine per una ulteriore escalation con una nuova serie di operazioni militari contro l’Iran. La monarchia del Golfo, che non è stata risparmiata dalla risposta di Teheran ai raid ed è preoccupata per l’allargamento del conflitto nella regione, continua a spingere per un accordo negoziato.
Trump, è l’analisi della Cnn, ha parlato con ottimismo nel fine settimana di una ripresa dei negoziati con l’Iran e delle prospettive per un accordo rapido sullo Stretto di Hormuz, ma dalle parole arrivate da Teheran, e dai toni utilizzati, l’Iran non sta affatto parlando con gli Usa ed è piuttosto concentrato su un accordo a livello bilaterale con l’Oman sulla gestione di Hormuz. Nelle dichiarazioni riportate stamani dalla Mehr il portavoce della diplomazia iraniana ha insistito sulla natura bilaterale dei contatti con l’Oman, sulle consultazioni con Muscat per definire soluzioni “temporanee” a “garanzia della sicurezza” nello Stretto di Hormuz.
Dopo giorni di minacce di una nuova offensiva, Trump ancora una volta cerca di arrivare con la diplomazia a quello a cui non è arrivato con il conflitto, rileva anche il Wall Street Journal, sottolineando come la questione sia se i Paesi partner nel Golfo riusciranno a fare progressi sufficienti per riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz, almeno temporaneamente, e a gettare le basi per eventuali negoziati sul nucleare. Il Wsj scrive di un ‘ciclo’ – quello che rilancia l’opzione della forza militare poco dopo averla accantonata – che ha destabilizzato il Medio Oriente e complicato l’agenda interna dell’Amministrazione Trump.
Daniel Shapiro, ambasciatore in Israele durante la presidenza Obama e poi funzionario di alto grado del Pentagono all’epoca dell’Amministrazione Biden, ha parlato di un comportamento che “costituisce” a suo avviso “un duro colpo per la deterrenza americana”. “Nessuno crede a una sola parola di ciò che dice – ha affermato – né gli alleati e né certamente i nostri avversari iraniani”.
Sono passati meno di due mesi dal memorandum d’intesa annunciato a giugno. La via diplomatica, scrive il Wsj, ha protetto Trump dai rischi di importanti azioni militari, almeno per ora, ma la diplomazia comporta i suoi rischi, compreso quello che Teheran possa interpretare l’esitazione di Trump come un pretesto per cercare di ottimizzare la propria influenza nei negoziati. E, tra l’altro, si avvicina il voto di Midterm.