[oblo_image id=”1″]Solo, come un’isola. Circondato dall’acqua, ma non ancorato al fondo. Sembra una metafora dello spaesamento, e invece è il ritratto di una sfida. Contro se stessi, contro gli elementi, contro l’impossibile. E forse quel filosofo che diceva “Nessun uomo è un’isola” non aveva poi così ragione.
Deep Water” porta nel profondo di se stessi. E anche se nel palmares ha il premio come miglior documentario della prima edizione della Festa del Cinema di Roma, del documentario ha solo la struttura e i filmati originali. Per il resto, il racconto del viaggio di Donald Crowhurst, navigatore dilettante che nel 1968 decise di prendere parte alla Sunday Times Global Race, la prima regata intorno al mondo in solitario senza scalo, è un brivido che corre lungo la schiena.
Il grande merito del film Louise Osmond e Jerry Rothwell, uscito purtroppo con grande ritardo in Italia, è proprio quello di accompagnare lo spettatore dentro le sensazioni di Crowhurst. E se la prima parte scorre via forse troppo sonnacchiosa, appena si alza il vento anche il film prende energia, fino a una conclusione che non ha niente di scontato (per chi non conosce già la storia).
Ottimo il montaggio tra i filmati originali dell’epoca e le nuove scene girate, con un’alternanza della fotografia che rende il passare del tempo. Unica pecca, un’impronta epica troppo marcata, inutile vista l’eccezionalità della storia. D’altra parte, neanche la barca di Crowhurst era priva di falle.