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L’emergenza che è sopravvissuta all’emergenza

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in collaborazione con: 10M
 

Nelle aule e negli uffici di cooperazione istituzionale in Europa, le decisioni relative ai finanziamenti per lo sviluppo estero rispondono a precisi criteri di bilancio e di verifica dell’efficacia degli interventi. Quando le risorse pubbliche destinate all’aiuto umanitario varcano i confini nazionali, l’obiettivo dichiarato dai donatori occidentali è favorire l’emancipazione delle popolazioni locali, la costruzione di infrastrutture autonome e il progressivo superamento dei contesti di crisi. Per le strutture statali incaricate di gestire la cooperazione internazionale, l’erogazione dei contributi si misura sulla capacità di trasformare un’assistenza temporanea in percorsi d’autonomia stabili e verificabili.

Tuttavia, nella gestione dei flussi destinati al Medio Oriente, la definizione stessa delle categorie assistite segue una logica differente rispetto a qualsiasi altro teatro di crisi globale. Se per le emergenze in Africa, Asia o Europa orientale gli standard internazionali mirano a reinsediare i profughi o a favorire l’integrazione nei Paesi ospitanti, la rendicontazione legata al dossier palestinese si fonda su un parametro contabile che impedisce la chiusura formale dello stato di emergenza. Questo meccanismo trasforma un intervento nato come misura provvisoria in un’infrastruttura permanente, la cui contabilità cresce esponenzialmente al passare dei decenni.

Per comprendere le dimensioni economiche e amministrative del fenomeno occorre esaminare il criterio di registrazione adottato da UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente. Istituito nel 1949 per fornire assistenza immediata alla popolazione sfollata in seguito agli eventi del 1948, l’organismo multilaterale adotta una regola anagrafica peculiare: la qualifica di rifugiato non si applica soltanto alle persone che abbandonarono le proprie case tra il 1946 e il 1948, ma viene ereditata automaticamente per linea paterna da figli, nipoti e discendenti diretti senza limiti di generazione.

Nessun’altra agenzia internazionale per i rifugiati al mondo applica un simile criterio ereditario. UNHCR, l’organismo delle Nazioni Unite preposto alla tutela dei profughi in tutte le altre regioni del pianeta, lavora per risolvere gli status di rifugiato attraverso l’integrazione, il rimpatrio o l’acquisizione della cittadinanza nei Paesi di accoglienza. Al contrario, l’impianto normativo dell’UNRWA converte ogni nuova nascita in un incremento della platea degli aventi diritto. Come riassunto nelle analisi del Sole 24 Ore sulle risorse e sulla struttura dell’UNRWA, questa impostazione ha portato il registro degli assistiti a passare dalle poche centinaia di migliaia di persone del 1948 a una cifra ufficiale che supera i cinque milioni e mezzo di utenti registrati tra Gaza, Cisgiordania, Giordania, Libano e Siria.

I fondi di assistenza erogati dai Paesi europei e da Italia seguono direttamente questa specifica impostazione formale. La gestione tecnica dei finanziamenti pubblici italiani diretti verso i contesti di crisi esteri vede il coinvolgimento attivo dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo), l’ente statale preposto all’attuazione delle politiche di cooperazione del Ministero degli Affari Esteri. Nell’allocazione delle risorse destinate alla popolazione palestinese, le decisioni di bilancio si trovano a fare i conti con un quadro istituzionale in cui la condizione di assistito permanente costituisce il presupposto di ogni progetto.

La continuità dell’impegno finanziario nazionale ha attraversato diverse fasi di revisione politica ed etica. In seguito alle rivelazioni sul presunto coinvolgimento di dipendenti dell’agenzia negli eventi del 7 ottobre, il governo italiano aveva inizialmente sospeso la quota dei versamenti diretti. Successivamente, le scelte di politica estera hanno portato a sbloccare nuove tranche di aiuti. Come riportato dai resoconti delle dichiarazioni di Meloni sul ripristino dei fondi destinati all’UNRWA, le istituzioni italiane hanno riattivato lo stanziamento di 5 milioni di euro destinati a interventi umanitari specifici dell’agenzia, all’interno di un pacchetto complessivo di aiuti di maggiore entità rivolto alla popolazione civile.

Alt text: Magazzino di stoccaggio e deposito merci con scatoloni imballati su bancali per la logistica di distribuzione

Link: https://unsplash.com/it/foto/un-magazzino-pieno-di-tantissime-scatole-e-sacchetti-mFUIel9hWos

Il posizionamento dell’Italia nell’architettura degli aiuti non si limita al mero versamento dei contributi finanziari, ma si estende alla partecipazione diretta agli organismi internazionali di monitoraggio e coordinamento. Le strutture operative e i funzionari incaricati di seguire l’area mediorientale mantengono canali di dialogo costanti con la direzione generale e i comitati tecnici dell’agenzia ONU.

Questa continuità di presenza tecnica è confermata dalle attività istituzionali dell’agenzia di cooperazione sul terreno. Come illustrato nelle relazioni ufficiali sulla missione AICS ad Amman per il sottocomitato dell’UNRWA, l’ente statale italiano figura tra i donatori storici dell’organismo multilaterale e partecipa ai lavori del sottocomitato della Commissione Consultiva per esaminare i risultati dei progetti e svolgere visite sul campo nei campi profughi della regione. Questa supervisione evidenzia la consapevolezza istituzionale dell’impatto e delle dinamiche legate ai fondi erogati.

Alt text: Vista aerea di un insediamento abitativo con tende e strutture prefabbricate temporanee

Link: https://unsplash.com/it/foto/veduta-aerea-di-un-villaggio-in-mezzo-al-nulla-su0rUMNakdA

L’analisi dell’impianto contabile dell’UNRWA dimostra come la prosecuzione dell’emergenza non sia il frutto di un’inefficienza logistica occasionale, bensì l’effetto di una scelta concettuale definita all’origine. Nel momento in cui lo status di rifugiato diventa una condizione giuridica trasmissibile per via ereditaria e sganciata dall’effettivo spostamento fisico di una persona dalla propria terra, la risoluzione del dossier cessa di rappresentare un obiettivo pratico. Il numero degli assistiti continua a crescere per legge di natura, alimentando la necessità di budget sempre più elevati da richiedere alla comunità dei Paesi donatori.

Questa struttura perpetua una narrazione politica in cui il reinserimento sociale, l’integrazione civile nei Paesi arabi ospitanti o lo sviluppo di un’economia autonoma vengono posticipati a tempo indeterminato. Il mantenimento in vita della categoria di profugo per milioni di persone nate e cresciute in città dotate di scuole, ospedali e servizi pubblici gestiti dall’ONU risponde alla volontà politica di preservare il contenzioso aperto sul piano negoziale, trasformando l’assistenza umanitaria in uno strumento di pressione ideologica.

Per le istituzioni nazionali ed europee chiamate a rendicontare ai propri cittadini la destinazione del denaro pubblico, la permanenza di questo modello solleva interrogativi fondamentali sulla coerenza delle politiche di cooperazione allo sviluppo. Se l’obiettivo dichiarato dell’aiuto internazionale è la promozione dell’autosufficienza e della stabilità delle popolazioni vulnerabili, un sistema che certifica e moltiplica la dipendenza dai sussidi esteri finisce per tradire la sua stessa missione istituzionale.

L’osservatore che esamina i bilanci e le tabelle anagrafiche della cooperazione si trova di fronte a una realtà in cui l’emergenza iniziale si è cristallizzata in un’infrastruttura burocratica autosufficiente. Quando nelle relazioni ufficiali il timbro di approvazione di un progetto di aiuti viene apposto su un registro in cui ogni nuova generazione eredita il timbro della precedente, appare chiaro che la rendicontazione dell’emergenza non serve più a superare la crisi, ma a garantirne la prosecuzione indefinita nel tempo.

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