C’è qualcosa di Pinocchio in ‘Whalefall: nella Balena’: un figlio che deve attraversare il ventre del mostro per ritrovare il padre e, insieme, sé stesso. Ma il thriller di sopravvivenza è anche una riflessione sui legami familiari, sulla mascolinità e sulle fragilità delle nuove generazioni. Intrappolato nella balena, Jay è costretto a confrontarsi con il rapporto tormentato che lo legava al padre e arriva a comprenderlo sotto una luce diversa: dietro quella severità non c’erano rifiuto o disprezzo, ma il tentativo, spesso doloroso, di prepararlo a un mondo che non fa sconti. Così quelle lezioni impartite tra lacrime, incomprensioni e dure prove si trasformano nell’unica risorsa capace di tenerlo in vita. “Essere genitori è davvero complicato. Probabilmente è la sfida più difficile che esista. E la verità è che si improvvisa continuamente: se come genitore non hai spesso il dubbio di sbagliare, probabilmente non stai facendo le cose nel modo giusto”, dice Josh Brolin nell’intervista all’Adnkronos.
Nel film la figura paterna diventa anche una riflessione su un modello di mascolinità tradizionale, spesso associato alla durezza e alla sopportazione del dolore. Alla domanda se i giovani abbiano bisogno di modelli differenti: “Ci sono bambini più sensibili di altri che, per natura, sono più resilienti”, osserva Brolin. Per fare un esempio, mio figlio di cinque anni riesce sempre per qualche motivo a cavarsela” mentre “quello di sette è molto più reattivo. Magari crescendo le cose cambieranno, fa parte di quelle tappe dello sviluppo che i bambini attraversano”. L’attore, padre nella vita oltre che sullo schermo, sottolinea però il rischio opposto di una protezione eccessiva: “I genitori devono sapersi adattare alla personalità dei propri figli”, ma al tempo stesso “esiste anche il rischio di un’eccessiva sensibilità: si finisce per iperproteggerli, per coccolarli troppo e non lasciarli mai affrontare le difficoltà. Così facendo non si favorisce quell’autonomia di cui avranno bisogno da adulti”.
Dal 15 ottobre nelle sale con 20th Century Studios e tratto dal romanzo di Daniel Kraus, il film segue il giovane Jay Gardiner (interpretato da Austin Abrams) si immerge al largo della costa centrale della California alla ricerca dei resti del padre scomparso (interpretato da Josh Brolin) ma viene inghiottito da un’enorme balena. Intrappolato nel suo ventre – ricostruito ad hoc per il film – con solo un’ora di ossigeno a disposizione, è costretto a confrontarsi con i ricordi e gli insegnamenti ricevuti dal padre. Per Josh Brolin, il cuore del film non riguarda soltanto il rapporto tra padre e figlio, ma una dinamica che attraversa le generazioni: “È qualcosa che si ripete di generazione in generazione. Guardiamo ai nostri nonni e pensiamo: ‘erano uomini stoici, incapaci di esprimere le proprie emozioni’. Era la generazione della Seconda Guerra Mondiale e sappiamo tutti come fosse cresciuta. Eppure ho conosciuto persone appartenenti a quelle stesse generazioni che hanno avuto un impatto enorme sulla mia vita e che non erano affatto così”. Allora, sottolinea l’attore, “è una questione personale o culturale? Non lo so. Io credo che sia soprattutto una scelta individuale. Siamo tutti influenzati dal contesto in cui cresciamo, ma le persone più forti che conosco non seguono necessariamente ciò che la cultura del loro tempo impone.”
‘Whalefall: nella Balena’ è anche una storia di sopravvivenza. Per Austin Abrams, la vera sfida per i giovani di oggi ha a che fare soprattutto con la pressione sociale: “Ho l’impressione che vivano costantemente sotto osservazione. Qualsiasi momento trascorso con gli amici – riflette – può essere ripreso, condiviso e giudicato, così come ogni commento può diventare oggetto di critiche. È una realtà che ha aspetti positivi e negativi, ma penso che molti ragazzi si trovino a fare i conti con una pressione continua, che spesso genera ansia, disagio e persino depressione. Mi sembra che sia una delle difficoltà più diffuse tra le nuove generazioni”, conclude. (di Lucrezia Leombruni)