Nell’asma grave, la terapia biologica con mepolizumab “consente un cambiamento nella storia della malattia, perché andiamo ad agire sull’epitelio e sul rimodellamento. Bloccando l’interleuchina 5 andiamo a bloccare sia i meccanismi upstream”, a monte, “fino ad arrivare all’epitelio, sia tutti i meccanismi downstream”, quindi a valle, “arrestando fondamentalmente la migrazione degli eosinofili e l’infiammazione”. Così Giulia Scioscia, professoressa associata di Malattie dell’apparato respiratorio del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’università di Foggia e dirigente medica presso la Struttura complessa universitaria di Malattie dell’apparato respiratorio del Policlinico di Foggia, intervenendo al XXVII Congresso nazionale Sip, Società italiana di pneumologia, che si conclude oggi a Roma.
“Ad oggi le evidenze scientifiche, non solo quelle emerse dai trial clinici, ma anche quelle provenienti dagli studi di real life – spiega Scioscia – forniscono dati di efficacia non solo a 12 mesi. Ci sono anche dati longitudinali fino a 3 anni che ci dimostrano come intercettare precocemente i pazienti con un fenotipo T2 e con caratteristiche fenotipiche come la presenza di tappi di muco o la compromissione delle piccole vie aeree consenta di ottenere un risultato di efficacia già a 12 mesi di trattamento e di mantenere poi la remissione clinica fino a 3 anni”. Nel trattamento dell’asma grave è in corso un cambio di paradigma che ridefinisce le strategie terapeutiche. “Sicuramente oggi l’obiettivo del trattamento è cambiato – sottolinea l’esperta – Non è più il controllo dei sintomi, ma il raggiungiamo la remissione clinica e iniziamo a parlare di disease modification”, cioè il cambiamento nel decorso della patologia. In questo percorso “l’aderenza alla terapia è un hot topic: se ne parla tanto per la terapia inalatoria, forse un po’ meno per la terapia biologica” – osserva Scioscia – I dati italiani sono abbastanza rassicuranti: il paziente difficilmente abbandona il biologico. Quando avviamo una terapia biologica, il paziente deve sapere che cosa sta facendo, deve conoscere la posologia corretta da seguire e deve sapere perché lo fa e quali sono gli obiettivi prefissati per il trattamento. Solo così possiamo agire sull’ottimizzazione dell’aderenza”.
I pilastri del percorso di cura risultano essere dunque strettamente integrati. “Per parlare di early treatment”, di cura tempestiva, “bisogna parlare necessariamente di corretta fenotipizzazione del paziente, ottimizzazione del trattamento, aderenza e, di conseguenza, del raggiungimento e del mantenimento nel tempo della remissione clinica. Fenotipizzare, però, significa studiare il paziente a 360 gradi e non fermarsi a quello che può essere un numero o un unico biomarcatore. Fenotipizzare” – conclude – vuol dire conoscere bene il paziente, le sue comorbidità e quindi scegliere il trattamento migliore cucito su misura”.