“La verità? Politicamente è impopolare. Ma penso che, in fin dei conti, sia sempre la verità ad avere la meglio”, dice Dakota Johnson. “Lo spero davvero, la verità verrà sempre a galla”, aggiunge Josh Hartnett. I due attori all’Adnkronos parlano del film ‘Verity’: un thriller psicologico ed erotico dove il confine tra realtà e manipolazione diventa pericolosamente sottile. Tratto dall’omonimo bestseller di Colleen Hoover e in arrivo nelle sale dall’1 ottobre con Eagle Pictures, il film targato Sony Pictures segue Lowen Ashleigh (interpretata da Dakota Johnson), una scrittrice in difficoltà che si trasferisce nella remota tenuta dei Crawford per fare da ghostwriter alla celebre autrice Verity Crawford (Anne Hathaway). Dopo aver scoperto quelli che sembrano essere gli inquietanti appunti autobiografici di Verity, Lowen deve fare i conti con le torbide e distorte confessioni sul marito di lei, Jeremy (Josh Hartnett), trovando difficile distinguere la finzione dalla realtà, la manipolazione dall’attrazione e l’opportunità dall’ossessione. In un film che gioca continuamente sul confine tra realtà e finzione, i due interpreti raccontano di riuscire a mantenere una netta separazione tra il lavoro e la vita privata, anche se non sempre il confine rimane intatto. “A volte il personaggio si infiltra nei miei sogni. Ma credo di essere abbastanza brava a separare la vita privata dal lavoro”, confessa Johnson. Un’esperienza che Hartnett conosce bene: “Sì, anch’io. Ho una vita talmente piena che sento il bisogno di tenere ben separate la vita privata e il lavoro. Altrimenti impazzirei. Però mi succede anche la stessa cosa di cui parlava Dakota: a volte sogno dal punto di vista del personaggio o sogno ciò che il personaggio sta vivendo. E, a dire il vero, lo trovo utile”.
A conquistare Johnson è stata soprattutto la possibilità di interpretare un personaggio imprevedibile. “Mi entusiasmava l’idea di interpretare una persona folle che all’inizio sembra stare bene, per poi rivelarsi tutt’altro”, racconta. Hartnett, invece, il richiamo è stato duplice: da una parte il cast – Dakota Johnson e Anne Hathaway – e il regista Michael Showalter, dall’altra la natura stessa del progetto. “Mi attirava l’idea di realizzare un film di questa portata, così estremo e con un finale ambiguo. È raro un film così. Mi piace l’idea che gli spettatori possano uscire dalla sala e continuare a discuterne e a confrontarsi su ciò che hanno appena visto”. Come la sua protagonista, che scrive romanzi dal punto di vista del cattivo, ‘Verity’ riflette sull’attrazione verso l’oscurità anche attraverso il consumo di immagini del male sui social media, televisione e podcast. “Credo che l’attrazione per l’oscurità sia in un certo senso un modo per sentirsi meglio rispetto alla propria vita e ai propri lati oscuri. Ma anche per riuscire a dormire sonni tranquilli”, osserva Johnson. Nel caso di Lowen, però, “penso che lei si senta semplicemente a suo agio in quello spazio, nell’oscurità e nei luoghi più contorti e feriti dell’animo umano. Forse, per alcune persone, questo può persino risultare rassicurante”. Per Hartnett “le persone sono particolarmente attratte, soprattutto online, da ciò che è più oscuro e disturbante” e crede che “tutti i personaggi di questa storia siano segnati da qualche forma di trauma. Per questo penso che finiscano per trovarsi e riconoscersi proprio attraverso quelle ferite, e forse persino grazie a esse”.
‘Verity’ rappresenta inoltre il ritorno sul grande schermo dei thriller erotici, un genere che sembra essere sparito dal grande schermo: “Credo che le ragioni siano diverse. Una riguarda semplicemente l’evoluzione dell’industria cinematografica. Per molti anni è sembrato che esistessero soltanto due tipi di film: i giganteschi blockbuster di supereroi da una parte e i piccoli film d’autore dall’altra. Tutti quei film che stavano nel mezzo sono in gran parte scomparsi o si sono trasformati in serie televisive”, dice il regista Michael Showalter all’Adnkronos. C’è anche una ragione culturale. “Il dibattito sulla sessualità e sui rapporti tra uomini e donne ha reso più complessa la realizzazione di film in cui il desiderio occupa un ruolo centrale”. A prescindere da queste ragioni, “ho la sensazione che quei film ‘di mezzo’ stiano tornando nelle sale. E credo che stia tornando anche l’interesse per la sessualità sul grande schermo, per quelle parti di noi stessi che vale la pena osservare, accogliere e persino celebrare”, conclude Showalter. (di Lucrezia Leombruni)