Le donne svolgono più lavoro non retribuito dei propri partner anche quando hanno il reddito più alto in famiglia. Le cifre si attestano all’incirca su 300 minuti al giorno di lavoro domestico e di cura non retribuito eseguito dalle donne, contro i 130 dagli uomini; per le percettrici di reddito più alto under 35 il tempo dedicato al lavoro non retribuito cala a 200 minuti quotidiani, confermandosi tuttavia superiore a quello che gli dedicano i partner pari a 130 minuti medi al giorno in tutte le classi di età. E’ quanto emerge da una ricerca condotta da Erica Aloè (ricercatrice) e Marcella Corsi (professore ordinario di Economia politica) presso il Dipartimento di Scienze statistiche della Sapienza Università di Roma per Minerva – Laboratorio sulla diversità e la diseguaglianza di genere che l’Adnkronos ha potuto leggere in anteprima, in vista della prossima pubblicazione sul volume ‘Power to care and not to care: gender roles and care work around the world from a feminist economics perspective’, pubblicato da Palgrave, edito da Kongar & Connelly.
Lo studio propone anche un interessante esame dei dati analizzati attraverso un modello empirico creato per valutare se la quantità di lavoro non retribuito abbia un effetto sulla probabilità di essere economicamente dipendenti dal partner. Ebbene il risultato strabiliante a cui sono giunte le ricercatrici è che per le donne più aumentano i minuti al giorno dedicati al lavoro non retribuito, più cresce la probabilità di essere economicamente dipendenti dal partner. Al contrario, per gli uomini la quantità di lavoro non retribuito non ha effetto sulla probabilità di essere dipendenti economicamente dalla partner. In numeri, per le donne ogni ora addizionale di lavoro non retribuito è associata a un aumento del 2% della probabilità di essere economicamente dipendente dal partner, per gli uomini 0.
Di grande interesse anche i dati emergenti dall’analisi di quelle che in gergo tecnico sono definite ‘norme sociali’, cioè le regole, aspettative e modelli di comportamento non scritti condivisi in una determinata società. “Abbiamo riscontrato un collegamento tra ‘norme sociali’ e quantità di lavoro non retribuito svolto da donne o da uomini”, riferisce Aloè all’Adnkronos. In particolare, sollecitati dalla affermazione “è meglio per la famiglia che il marito si occupi delle necessità economiche mentre la moglie si prende cura della casa”, “la maggioranza degli uomini ha confermato la ‘norma sociale’ dicendosi d’accordo. Abbiamo anche rilevato che gli uomini che non concordano con questa affermazione svolgono più lavoro non retribuito di quelli che al contrario lo sono; che il 52% degli uomini è favorevole alla visione tradizionale dei ruoli di genere, cioè che il lavoro non retribuito debba essere svolto dalle donne e che anche il 45% delle donne lo creda giusto”.
Confrontando questi dati con la quantità di lavoro non retribuito svolto da uomini e donne, le ricercatrici hanno riscontrato inoltre che gli uomini che non sono d’accordo con la divisione tradizionale dei compiti svolgono in media 147 minuti al giorno di lavoro non retribuito; invece quelli che sono allineati ne svolgono 130, quindi 17 in meno. Guardando all’universo femminile, le donne che non sono d’accordo con i ruoli tradizionali svolgono in media 309 minuti al giorno di lavoro non retribuito; mentre quelle che sono d’accordo con i ruoli tradizionali in media ne svolgono 357, quindi 48 minuti in più al giorno.
Due le conclusioni che lo studio vuole rimarcare. La prima è “che nel mercato del lavoro c’è una asimmetria strutturale fra i sessi per cui il sistema occupazionale tratta la responsabilità di cura delle donne come una caratteristica produttiva e le penalizza sulle assunzioni, sulla carriera e sui salari” – commenta la ricercatrice del Laboratorio su diversità e disuguaglianze di genere dell’Ateneo romano – “Sicuramente la base risolutiva sono politiche di divisione del lavoro di cura sia tra i partner che all’interno della società come congedo di paternità, orari di lavoro più flessibili che permettano di conciliare per entrambi il lavoro di cura con il lavoro retribuito, smart working e anche politiche che tutelino il diritto dei padri che si prendono cura a non essere penalizzati sul fronte in ambito lavorativo”.
Altro argomento molto importante è quello della divisione del lavoro di cura all’interno della società per cui “la disponibilità di servizi di cura dovrebbe essere potenziata sia da un punto di vista di numero e posti offerti che da un punto di vista di orari, in modo da permettere ai genitori di conciliare la cura dei figli con il lavoro retribuito”. E quel 45% di donne che dice di voler svolgere il lavoro di cura? “Facendo riferimento anche ad altri studi internazionali” – risponde Aloè – “secondo noi il punto di partenza sono le politiche. Quando le politiche cambiano, le norme sociali, cioè quella visione tradizionalista della società, seguono”.
La seconda conclusione della ricerca affronta il sensibilissimo tema della violenza economica: “I risultati della ricerca ci fanno riflettere sul fatto che essere dipendenti economicamente aumenta il rischio di violenza economica anche da parte del partner uomo. Quando le donne, specialmente le madri, si assumono in maniera sproporzionata l’onere del lavoro domestico e di cura non retribuito, la loro ridotta capacità di guadagnare e l’affievolirsi del loro rapporto con il mercato del lavoro possono infatti aumentare la loro dipendenza dal reddito del partner. Questa asimmetria economica può indebolire il potere contrattuale delle donne all’interno della coppia e aumentare l’esposizione a forme di controllo finanziario e coercizione. Quindi la divisione iniqua del lavoro non retribuito non è solo un tema di ‘time allocation’ (uso del tempo – ndr) o di diseguaglianza sul mercato del lavoro, ma anche un fondamento strutturale della vulnerabilità economica che può incrementare il rischio per le donne di subire abusi economici”, conclude.