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Carburanti: Tabarelli, “Pesa il nodo raffinazione, i margini di aumento della produzione sono limitati”

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La crisi dei carburanti e la crisi della raffinazione sono legate tra loro a doppio filo, un filo che fa capo alla scarsità globale della materia prima: il petrolio. Un problema mondiale, che tuttavia si fa più pressante in Europa (e in Italia), dove mancano le raffinerie a causa di politiche ambientali più severe e, soprattutto, di una dipendenza strutturale dall’estero. Lo spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, facendo il punto con l’Adnkronos sui nodi principali del dossier, anche in vista dell’incontro dell’8 ottobre tra i ministri delle Imprese e dell’Ambiente, Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin, con le grandi aziende della raffinazione. Sul tavolo c’è la valutazione di un possibile aumento della produzione, i cui margini nel breve periodo – secondo Tabarelli – sono tuttavia molto limitati. Sullo sfondo, la crisi del Golfo e la minaccia di uno stop all’export americano di gasolio da parte dell’amministrazione Trump.

Presidente, in che modo crisi dei carburanti e crisi della raffinazione sono legate tra loro?

“Il petrolio non si consuma, va sempre raffinato. Le due cose sono legatissime: noi abbiamo una scarsità di petrolio, e questo è il principale problema, poi aggravato dal fatto che mancano le raffinerie. Se normalmente il rapporto fra prezzo del gasolio e prezzo del greggio è 1,3, cioè il diesel vale il 30% in più della materia prima, adesso vale l’80-90% in più. E questo dà la dimensione della crisi per il sistema petrolifero mondiale. Non solo per noi in Italia: siamo tutti nella stessa barca.”

Il nodo principale quindi è la materia prima a cui si somma il problema della raffinazione. Un problema “più accentuato in Europa e in Italia, dove abbiamo chiuso più raffinerie, perché abbiamo fatto politiche ambientali più spinte, che non sono la causa principale, ma noi da sempre siamo strutturalmente più dipendenti dall’esportazione dall’estero e, negli ultimi decenni, anche dai raffinati. Prendendo a riferimento il prezzo del gasolio, in 7-8 mesi di chiusura di Hormuz è aumentato di 60 centesimi. Di questi, 25 sono dovuti alla raffinazione, il resto al petrolio. Per questo la crisi ha effetti amplificati rispetto agli Usa o all’Asia.”

L’8 ottobre ci sarà un incontro tra Mimit, Mase e i raffinatori per valutare come aumentare la produzione.

“Non si può raffinare di più: i margini di raffinazione da otto mesi e anche negli ultimi quattro anni erano altissimi, non c’è spazio di aumento nella raffinazione. Uno potrebbe pensare di incentivare, non so con quale strumento, ed evitare di esportare prodotto all’estero. Ma non è risolutivo del problema. Il sistema è internazionale, è un sistema a vasi comunicanti.”

E’ possibile pensare a strumenti normativi per agevolare la produzione?

“Forse qualcosa si può fare: le limitazioni ambientali a livello locale degli stabilimenti impongono limiti molto stringenti anche alla lavorazione. Un po’ di flessibilità, nell’ordine del 2-5, massimo 10%, si può ottenere, ma andando incontro a problemi a livello autorizzativo. La normativa ambientale ha rilievo penale quindi servono degli atti importanti per poter allentare questi vincoli. Dovrebbero essere a livello europeo, e ancora non ci sono. E tutto sommato i margini di aumento sono limitati.”

La Francia ha chiesto all’Ue misure urgenti di flessibilità sulla raffinazione e sui carburanti.

“E’ certamente utile parlarne, ma nell’emergenza e nell’urgenza di trovare altri prodotti, non cambia la sostanza. Se uno volesse essere ‘cattivo’ con l’Europa potrebbe dire ‘ora è troppo tardi’, è già molto se abbiamo un po’ di raffinerie che hanno resistito. Con questi livelli di utilizzazione molto alti c’è il rischio di incorrere in problemi tecnici che forzano il rallentamento della lavorazione. Scordiamoci significativi miglioramenti nei prossimi anni, è già un miracolo se è viva questa industria.”

Uno stop all’export del diesel dagli Usa farebbe saltare i price cap sui carburanti?

“In questi giorni Q8 e Ip hanno seguito Eni sui tetti ai prezzi di benzina e diesel “perché in questi giorni il prezzo internazionale, che è quello che muove tutto, sta scendendo e questo facilita tutto. Lo sconto di Eni, rispetto al prezzo che dovrebbe essere, è intorno ai 10-15 centesimi, e potrebbe scendere a 10-5 centesimi perché scende il prezzo internazionale. Ma se dovessero esserci nuove tensioni nel Golfo Persico, o se si verificasse un blocco dell’export di gasolio da parte degli Stati Uniti, questo sconto risulterebbe di 20-30 centesimi e non tutti ce la faranno a seguirlo.”

C’è qualcosa che il governo può fare, oltre ad affidarsi all’iniziativa privata?

“La cosa da dire, che è facile da dire per chi come me non è un politico, è che bisogna avere il coraggio di dire ai consumatori che la cosa è molto seria e ci siamo dimenticati troppo di frequente dell’importanza del petrolio. La crisi necessita di una forte riduzione dei consumi e questo si ha solo con aumento dei prezzi. Tutto ciò che tende a ridurre i prezzi, come questa iniziativa, è nella speranza che” la crisi “duri poco” ma “purtroppo non dura poco perché siamo a sette mesi e le scorte si stanno riducendo.” (di Martina Regis)

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