“Gli anni ’60 sono stati gli anni dell’illusione”. E’ il filo conduttore di “Dieci storie pop” (La nave di Teseo), il nuovo libro dell’attrice Laura Morante, presentato dall’autrice al festival Pordenonelegge insieme all’editrice Elisabetta Sgarbi e al presidente della casa editrice Mario Andreose. Dieci racconti ambientati nella Roma degli anni Sessanta, nel quartiere popolare di Centocelle, che hanno come protagonisti un gruppo di ragazzi alle prese con amori, amicizie, sogni di successo e quotidianità. Una raccolta che, nelle intenzioni di Morante, è anche “un po’ un ibrido fra una raccolta di racconti e un romanzo”, perché “sono sempre gli stessi personaggi e lo stesso narratore dall’inizio alla fine”.
Al centro ci sono Bobby, Ester, Joe, Betty, Tony, Fred, Michele, Wilma, Jimmy e Patty, giovani che si incontrano nella piazzetta e al baretto di Romolo, tra canzoni dal jukebox, moto Gilera e sogni di riscatto. “I nomi – ha spiegato Morante – sono i nomi dei cantanti che hanno nomi americani, un po’ americani, come si usava all’epoca, di canzoni italianissime che di volta in volta danno il titolo al racconto”. La musica è infatti uno degli elementi fondamentali del libro. Morante ha raccontato di aver voluto partire proprio dalle canzoni degli anni Sessanta per ricostruire un’epoca che appartiene ai suoi ricordi d’infanzia. “Io avevo voglia di raccontare quelle canzoni e di conseguenza quel periodo”, ha detto.
Un rapporto con la musica leggera che per Laura Morante ha una caratteristica particolare: “La musica leggera ha una prerogativa, quella che si impregna, fa un po’ da catalizzatore dei nostri ricordi, delle nostre emozioni. Si impregna di quello che noi abbiamo vissuto sentendo quelle canzoni”. Un meccanismo diverso, secondo Morante, da quello della grande musica classica. “La grande musica resta lei, è come il cigno di Heinrich von Kleist che si tuffa nell’acqua e ritorna bianco come prima. È difficile che Mozart assorba la mia esperienza personale, è lui che trionfa. Invece le canzoni leggere si impregnano per ciascuno di noi delle nostre memorie, del nostro vissuto, delle nostre emozioni”.
La scelta di raccontare gli anni Sessanta non nasce però soltanto dalla nostalgia. “Più che la nostalgia di un’epoca, è la nostalgia di un’illusione”, ha sottolineato l’autrice. “Perché gli anni ’60 sono stati gli anni dell’illusione. Sotto questa apparenza del boom economico c’erano in realtà tutti gli orrori che poi vedremo venir fuori anni dopo”. Morante ricorda le contraddizioni di quel decennio: “C’è la speculazione edilizia, c’è la miseria, c’è il Sud d’Italia che soffre, ci sono moltissime cose, però si può ancora vivere nell’illusione”. Ed è proprio questo contrasto tra la realtà e la percezione dei protagonisti a guidare il libro: “Queste canzoni esprimono, più che rappresentare l’epoca così com’era, raccontano quell’illusione. L’illusione di un mondo dove invece va tutto bene. Non va bene per niente”.
Nel libro non trovano spazio alcuni degli eventi politici più importanti del periodo, come la contestazione del ’68 o la morte del segretario comunista Palmiro Togliatti. Una scelta legata soprattutto al punto di vista di Arrigo, il narratore. “Mi sono lasciata guidare dal narratore, che è Arrigo, un ragazzo di Centocelle, certamente non politicizzato”, ha spiegato Morante. “Non volevo forzare la mano ad Arrigo perché mi è molto simpatico e lo lascio fare”.
Anche la forma del libro rispecchia una caratteristica personale dell’autrice. “Io sono tendenzialmente incline alla forma breve”, ha raccontato con ironia. “Se avessi sufficiente talento scriverei degli haiku”. Il nuovo libro Dieci storie pop rappresenta comunque, secondo Morante, un passo verso una forma più ampia: “Sono riuscita a fare questa cosa: stesso narratore, stessi personaggi, stessa ambientazione. Magari piano piano mi riesce anche di scrivere un romanzo”.
La scrittrice e attrice ha raccontato anche il proprio rapporto con la scrittura, respingendo l’idea di una letteratura nata semplicemente dalla spontaneità. “Io penso che qualunque ricerca vagamente imparentata con l’arte sia come il lavoro della miniera. Uno non può dire: ‘Toh, i diamanti stavano lì e li ho presi’. Bisogna andarli a cercare. Uno deve prima di tutto individuare il giacimento e poi lavorare sodo per trovare la materia”, ha aggiunto. Al centro della sua idea di narrativa, ha spiegato, non c’è tanto la ricerca del bello quanto quella dell’autenticità. “A me non interessa molto la letteratura che si specchia. Mi piace la letteratura quando, in questo senso spontanea, ha ragione, nel senso che deve rispecchiare qualcosa di vero, deve essere autentico”.
La Roma di Dieci storie pop è soprattutto quella dei quartieri popolari. “La ragione per cui ho scelto Centocelle è perché volevo un quartiere popolare degli anni ’60”, ha spiegato Morante. L’autrice avrebbe potuto ambientare le vicende a San Lorenzo, dove aveva vissuto da ragazza, ma ha preferito Centocelle perché “San Lorenzo aveva cambiato troppo fisionomia”. “È più difficile pensare che fosse in un certo modo tanti anni fa”, ha detto. Centocelle, invece, appariva più adatta a raccontare quel gruppo di ragazzi della periferia romana, che vivevano il proprio quartiere come un piccolo mondo.
Anche la scelta del tempo presente nasce dalla voce del narratore. “Io ho lasciato parlare lui”, ha spiegato Morante. “Una volta che ho trovato il personaggio del narratore, ho lasciato che lui si esprimesse come si poteva esprimere lui”. Arrigo “si esprime prevalentemente al presente” perché “non si sente un narratore, si sente uno che riferisce delle cose che succedono nel suo gruppo di ragazzi”. Se il racconto fosse stato scritto al passato, ha aggiunto, “sarebbe diventato qualcosa di più importante, di più definitivo. Invece qui c’è questo presente che fa sì che le cose un po’ galleggino, rimangano così, non c’è un giudizio definitivo, inappellabile sulle cose”. Il tono del libro cambia però progressivamente. “I dieci racconti si concludono con la bomba di Piazza Fontana il 12 dicembre 1969”, ha spiegato Morante. “Nel momento in cui viene nominata la bomba, cominciano gli anni di piombo, finisce l’illusione”. Una svolta che viene preparata da una serie di piccoli segnali: “Questa cesura è anticipata da tutta una serie di piccole cose, di piccole malinconie, di cose che non sono tornate”. E così, pur mantenendo inizialmente un tono leggero, “mano a mano che si va avanti, si sente che qualcosa comincia a non funzionare più, che l’illusione si sta un po’ sgretolando”. Presso La nave di Teseo Laura Morante ha pubblicato nel 2018 il suo esordio letterario, “Brividi immorali”, tradotto in Francia, vincitore del premio Città di Como Narrativa – Opera prima 2018 e finalista al premio Settembrini 2018 e al premio Chiara 2019. (di Paolo Martini)