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Kids Act, Epifani (Fond. Sostenibilità digitale): “Non protegge i bambini, ma i social”

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L’Europa ha sempre la stessa “malattia”: pensare che attraverso “una norma si risolva il problema”. E il risultato è che con il nuovo Kids Act a essere “deresponsabilizzate” sono proprio le piattaforme social che si vorrebbero arginare con una regolamentazione che prevede il divieto d’accesso autonomo ai social ai minori di 13 anni. Lo dice Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la sostenibilità digitale, all’Adnkronos. Secondo Epifani “ormai in Europa ci sono almeno quattro-cinque normative, e forse diventeranno di più, che tendono a regolare gli stessi ambiti”.

Con la nuova proposta della Commissione Ue per il Kids Act, più o meno sugli stessi temi si conta la presenza anche di Gdpr, Dsa, Dma, AI Act e il Digital fairness Act.

“E ci aggiunga pure i ragionamenti sul Chat control (le norme sul controllo dei messaggi per la prevenzione degli abusi sessuali su minori, ndr). C’è un’iperfetazione normativa devastante: si perpetua la malattia europea per cui si pensa che facendo una norma si risolva il problema. Non vuol dire che le norme non servano: possiamo vantarci di avere il framework sull’intelligenza artificiale più avanzato al mondo. Peccato che non abbiamo l’intelligenza artificiale: dettaglio non secondario. Il problema non è che il framework sia sbagliato, è che pretende di governare qualcosa che non controlliamo. Lo stesso vale per il Kids Act: norme anche teoricamente comprensibili, ma che generalizzano un problema e impongono vincoli più pesanti ai piccoli operatori – soprattutto europei – rispetto alle grandi piattaforme statunitensi, che avranno i mezzi per sopravvivere”.

Queste misure funzionano o no?

“No. L’ha dimostrato l’Australia, la prima a implementare un divieto d’accesso per i minori: si è anche accorta per prima che non è servito a nulla. La quantità di giovani online non è variata significativamente. Perché? Con 12 secondi e un minimo di capacità da utente – non da hacker – un divieto del genere si aggira. E se colleghiamo il tutto a eIDAS, il framework di identità digitale europeo, abbiamo davanti un sistema pieno di buchi che concentra tantissimi dati. E sappiamo quanto sia pericoloso: qualcuno dovrà spiegare come garantire che i gateway non vengano hackerati, visto che i primi esempi di implementazione di eIDAS sono davvero pieni di falle. Siamo sicuri in ogni caso che vietare ai tredicenni l’accesso ai social risolva il problema? O stiamo rifiutando di prendere atto che i social sono una parte della realtà? Sta alla responsabilità dei genitori, della scuola, delle istituzioni definire quando, come e con quali livelli di controllo i ragazzi debbano entrarci. Il rischio è creare giovani ancora più impreparati e vulnerabili. Viviamo il divieto come responsabilizzazione, quando invece è una de-responsabilizzazione”.

Di chi?

“Dei genitori, che diranno a loro stessi che essendo vietato, i figli non potranno effettuare l’accesso. Ma quanti sanno davvero verificare? Delle istituzioni, che penseranno di aver risolto con un divieto invece di fare educazione digitale nelle scuole, spiegare rischi e opportunità. Sarà deresponsabilizzata la scuola stessa, quindi”.

Mancano le big tech.

“Anche loro vengono ‘de-responsabilizzate’ nel senso peggiore. Il punto non è tanto obbligarle a verificare documenti o età – che apre il capitolo, enorme, della verifica obbligatoria – ma responsabilizzarle sulle misure concrete per ridurre il danno ai minori, misure che loro possono assolutamente adottare. Se si limita la timeline algoritmica, si eliminano dark pattern come lo scroll infinito e l’enfasi sui like, si agisce sul rischio alla radice. Se invece ci limitiamo a dire “i ragazzi non possono entrare”, allora non c’è più incentivo a implementare queste protezioni. Ma siccome i ragazzi entreranno comunque, si ritroveranno strumenti pensati per catturarli, senza nessun interesse a mitigare quei rischi”.

In sostanza quando i minori entreranno “di straforo” il problema resterà lì?

“Esattamente. Se togliamo il problema vietando l’accesso, non c’è più bisogno di tutelare chi ‘non deve esserci’. Ma sappiamo che ci sarà lo stesso”.

Perché in Ue si è arrivati comunque a questa soluzione?

“A Bruxelles sono due anni che si ragiona di chat control ‘per i minori’. Il problema è che l’attività di lobbying attuale supera di gran lunga la capacità di chi fa advocacy di incidere. Confronti l’investimento delle big tech in lobbying, trasparente o meno, con le risorse della società civile o degli esperti di diritti: proporzioni impari”.

Risultati come il Kids Act sono anche effetto del rafforzamento del lobbying delle big tech a Bruxelles?

“Senz’altro c’è la tendenza a credere che le norme risolvano tutto, e chi influenza le norme vince la partita. Gli investimenti in lobbying sul tech – codificati e non – rendono particolarmente difficile qualsiasi azione europea davvero orientata alla tutela dei minori. Sicuramente c’è una dimensione di potenziale ‘tributarietà’ verso attori esterni. Lo si vede anche con il pacchetto omnibus: la diluizione dei tempi dell’AI Act è, in parte, una risposta doverosa all’impossibilità di fare certe cose; in parte, l’effetto di un’azione statunitense. La riduzione della portata di alcune norme non le rende più efficaci: riflette un’ingerenza pesante degli Stati Uniti, che vedono nell’AI e nei settori collegati una leva di economia politica vera”.

Parlava di chat control. Cosa può succedere?

“Il problema è che il chat control è ontologicamente pericoloso: si usa la tutela dei minori da un reato aberrante – la pornografia minorile – per creare un cortocircuito col diritto alla privacy di tutti. Si sta facendo passare il più grande attacco alla privacy degli ultimi anni come uno strumento a difesa dei minori: un’ipocrisia sesquipedale. Si usa una causa indiscutibile – la lotta alla pedopornografia – per sancire la fine della riservatezza nelle comunicazioni. Il chat control non riguarda solo i minori. Se devo controllare che il suo o il mio telefono stiano veicolando materiale pedopornografico – con una montagna di falsi positivi, come mostra la letteratura – allora devo controllare i messaggi di tutti. L’oggetto di tutela diventa l’intero ecosistema. Il problema è che si sta usando la pedopornografia per sancire la morte della privacy nelle comunicazioni”.

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