“Sono l’unico gladiatore che sorride della storia di Roma”. Jovanotti lo dice davanti ai 45.000 spettatori della prima delle due date al Circo Massimo che chiudono oggi e domani il Jova Summer Party, quando la regia dello show inquadra nel pubblico degli spettatori che mostrano una foto che lo trasforma in Massimo Decimo Meridio con armatura e muscoli, ma appunto con il suo volto e il suo sorriso. Poi, dietro le quinte, Jovanotti racconta ai giornalisti l’atmosfera speciale delle giornate del Jova Summer Party, un format che lui stesso definisce “una festa quasi familiare”. “È bellissimo – dice – Quando scende il sole diventa magico, perché la gente entra dentro un clima che non è un concerto: è rotto il formato del concerto. Diventa una festa. L’esperimento è riuscito: loro si divertono molto. Io anche mi diverto molto, soprattutto io mi diverto molto, confessa.
I concerti romani arrivano a due settimane dal suo sessantesimo compleanno, Jovanotti liquida ogni enfasi: “Siete voi che siete fissati. Io non ci penso mai, mi ci fate pensare voi continuamente”, dice sorridendo. E racconta come vivrà la giornata del 27 settembre: “Domani finisco, poi sto con le mie ragazze: sarà un giorno molto intimo, andiamo a mangiare una pizza. I miei compleanni non li ho mai festeggiati in maniera enfatica perché di mestiere faccio le feste, da quando ho 16 anni. Preferisco quelli degli altri”.
Il viaggio in bicicletta di 2000 chilometri che ha accompagnato il tour non entrerà nel film documentario ‘Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti’, in uscita nelle sale dal 26 novembre al 2 dicembre. “Il film è chiuso – spiega – Per la prima volta nella mia vita non ho avuto il controllo: li ho lasciati lavorare. Non volevo fare un documentario sulla mia storia, non mi interessa. Se lo faccio io viene male, perché lo faccio tutto rivolto al futuro”. La svolta è arrivata con un ritrovamento inatteso: “Abbiamo trovato uno scatolone di Super 8 che aveva fatto mio padre. È un documentario su un bambino, il bambino che mi porto dentro. È molto emozionante, un po’ struggente. Sono stato una settimana scosso, poi ho detto: bello, per me va bene così”, racconta.
Sul palco romano Jovanotti ha cantato per la prima volta dal vivo, nel pomeriggio, insieme ad uno dei suoi ospiti, il cantautore indie Mobrici, ‘Border Jam’, brano che parla di confini e che ha modificato nel finale in senso pacifista, cantando “senza più confini, senza più guerra”. Dietro le quinte ne spiega lo spirito: “È una canzone che parla di cancellare i confini, parla di un’utopia. Le canzoni se lo possono permettere: nella vita reale certe retoriche ce le risparmieremmo, ma nelle canzoni possiamo permetterci il sogno, l’utopia. Meno male. Le canzoni possono essere tante cose: fumetti, visioni. Nutriamo questo spirito attraverso le canzoni”.
Nel dialogo con i giornalisti c’è spazio anche per Roma, la città dove è nato e cresciuto fino ai vent’anni e che ha attraversato in bici il giorno prima del concerto. “Ho sempre avuto un’opinione molto bella di Roma, perché per me Roma è la mia infanzia, la mia adolescenza: ho solo ricordi belli”, racconta. “La mia Roma degli anni ’70-’80 era una città molto sicura: vagavo come un ragazzino senza pericoli, San Pietro era il mio parco giochi”. Nel suo giro di 60 chilometri tra i quartieri della memoria, Lorenzo dice di averla trovata “meglio del racconto” che ne viene fatto, anche se precisa che il suo è uno sguardo parziale: “Roma per me è una fotografia del mio passato, un luogo di sogno. La Roma vera è quella di chi fa le file, di chi sta nel traffico: non è quella dei turisti o delle star che vengono allo stadio”.
E quando gli chiedono quale brano rappresenti di più oggi il suo percorso oggi, Lorenzo sorride: “Probabilmente alla fine sono le canzoni romantiche quelle che hanno la vita più lunga. Se mi dai una chitarra e mi dici: cantami una canzone tua, io ti canto ‘Bella’“. (di Antonella Nesi)