Quanto conta, nella pratica quotidiana, la capacità di trasformare procedure e raccomandazioni in comportamenti concreti? È stata questa una delle domande al centro del dibattito sulla gestione clinica e pratiche assistenziali nella prevenzione del rischio infettivo, che si è svolto oggi nell’ambito dell
“La prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza non si esaurisce nella disponibilità di linee guida o protocolli, ma richiede che le conoscenze diventino comportamenti quotidiani e pratiche assistenziali sostenibili nei diversi contesti di cura – ha affermato Raffaella Bucciardini, direttrice del Centro nazionale per la salute globale dell
Il tema della distanza tra procedure e pratica è stato uno dei fili conduttori del confronto. Una procedura, per essere efficace, deve infatti poter essere applicata nelle condizioni concrete in cui operano i professionisti, quindi comprensibile, sostenibile e coerente con i processi assistenziali. Quando le indicazioni diventano eccessivamente complesse o vengono percepite come meri adempimenti, il rischio è che perdano la loro funzione di strumento di sicurezza. Accanto alle procedure – continua la nota – assume quindi un peso centrale la formazione. La prevenzione del rischio infettivo richiede conoscenze aggiornate, ma anche capacità operative e comportamenti che devono essere consolidati nel tempo. Da qui l’esigenza di una formazione sempre più concreta, multidisciplinare e capace di raggiungere i professionisti con modalità agili e ripetute.
“Abbiamo oggi un patrimonio molto ampio di conoscenze e strumenti per prevenire le infezioni correlate all’assistenza”, ha sottolineato Caterina Rizzo, professore ordinario di Igiene e medicina preventiva dellUniversità di Pisa, che ha aperto i lavori scientifici dell
Un ulteriore elemento emerso dal confronto ha riguardato il rapporto tra responsabilità individuale e responsabilità organizzativa. “Quando una pratica scorretta si ripete nel tempo, non possiamo limitarci a individuare la responsabilità del singolo”, ha spiegato Carlo Signorelli, coordinatore dei direttori delle Scuole di specializzazione in Igiene e medicina preventiva. “Dobbiamo chiederci che cosa, all’interno dell’organizzazione, ha consentito che quella pratica diventasse abituale. La sicurezza nasce dall’incontro tra responsabilità professionale e responsabilità organizzativa: il professionista deve poter contare su procedure chiare, formazione, strumenti e condizioni di lavoro adeguate, mentre l’organizzazione deve essere in grado di verificare, correggere e migliorare continuamente i propri processi. È questa la logica del risk management: non cercare soltanto l’errore, ma intervenire sulle condizioni che lo rendono possibile”.
La prevenzione richiede dunque un passaggio ulteriore: dalla conoscenza all’attuazione. È qui che entrano in gioco formazione, leadership, organizzazione, monitoraggio e cultura della sicurezza. Un processo che non riguarda soltanto il singolo professionista, ma l’intera organizzazione sanitaria. Il messaggio emerso dal confronto è quindi netto – conclude la nota – per ridurre il rischio, occorre agire contemporaneamente su competenze, comportamenti, processi e cultura della sicurezza, trasformando la prevenzione da insieme di adempimenti a componente strutturale della qualità dell’assistenza.