“Appena ho saputo della reunion sono andato a cercare nell’armadio la mia Perry Ellis per festeggiare”. Se ne avete una nell’armadio preparatevi a sfoggiarla. Nel film documentario ‘Oasis: Don’t Look Back In Anger’, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e da oggi al cinema, è un fan dei fratelli Gallagher a lasciarsi andare a questa confessione. E a ragione. Perché nella pellicola diretta da Dylan Southern e Will Lovelace, la nostalgia non ha a che fare soltanto con la musica ma ha i contorni di una maglia tirata fuori dall’armadio, di un parka, di un bucket hat e persino di una sneaker firmata Adidas. Un guardaroba che è riemerso insieme alle canzoni del duo di Manchester. Nel film basta guardare il pubblico. Sulle strade di Londra, Cardiff e Manchester, in coda per il tour Live ’25, che ha riportato insieme sul palco gli ormai ex ‘fratelli coltelli’, ricompare l’uniforme Gallagher come se fosse stata tirata fuori dalla naftalina dopo 16 anni: pantaloni larghi, polo Fred Perry, parka e giubbotti tecnici, magliette da calcio, bucket hat, occhiali da sole e molto altro.
Qualcuno per l’occasione ha rispolverato davvero i propri pezzi degli anni Novanta e altri invece li hanno comprati come se fossero appena usciti dalla passerella. Non è un caso che Adidas abbia collaborato lo scorso anno con gli Oasis per una capsule collection andata sold out in pochissimo tempo tra tracksuit, jersey a maniche raglan, cappellini, e una coach jacket in versione bianca, nera e blu. È il paradosso dell’Oasis mania: quello che all’epoca era semplicemente il modo di vestirsi di due ragazzi di Manchester è diventato nel tempo un codice estetico immediatamente riconoscibile e, per i fan, da imitare nei minimi dettagli. Liam lo ha portato all’estremo. Il parka lungo, spesso con il cappuccio bordato di pelliccia, i jeans morbidi, i maglioni di lana, le Clarks, il cappello da pescatore, le tute Adidas in acetato. Noel, meno teatrale, come da copione, ma con la stessa capacità di trasformare capi ordinari in feticcio. Nel film viene inquadrato di spalle, durante un concerto, con una giacca Maison Margiela: un dettaglio che racconta bene la traiettoria di questa estetica, passata dal guardaroba di strada alla moda d’autore.
La storia degli Oasis con la moda non è mai stata quella di una band vestita ‘bene’. Al contrario. Il loro punto di forza è sempre stato l’assenza di una costruzione evidente dietro ai look. Prendevano semplicemente ciò che circolava nelle strade, negli stadi, nei pub, tra i tifosi di calcio e nei negozi di Manchester: Stone Island, Umbro, Fred Perry, Perry Ellis, Adidas, parka militari e cappelli da pescatore. Una volta indossati da loro quei capi sono diventati immediatamente iconici. Lo stesso, c’è da scommetterci, accadrà la prossima estate con la serie di concerti negli stadi che a breve dovrebbero annunciare. Nella pellicola a cattuare da subito l’attenzione è la borsa Adidas Spezial che Liam porta nelle prime scene delle prove: una sacca sportiva che lui fa oscillare avanti e indietro mentre entra ed esce dalla sala prove senza dire quasi una parola. Esattamente il genere di oggetto che negli anni Novanta poteva stare sulle spalle di un ragazzo diretto a una partita o a un concerto e che oggi, a ben guardare, assume un significato diverso. Quasi leggendario. Persino ‘supersonico’.
C’è inoltre un richiamo alla cosiddetta ‘lad culture’, la sottocultura giovanile britannica nata negli anni ’90 e associata originariamente a un’immagine di virilità legata a alcol, calcio, musica Britpop che oggi passa per la riscoperta delle maglie da calcio, delle polo e dei capi tecnici legati allo sportswear britannico. Una spetto che la moda ha continuato a citare negli ultimi anni di stagione in stagione. Gli Oasis, prima ancora delle passerelle, ne avevano intuito il potenziale. “I need to be myself, I can’t be no one else”, canta Liam in ‘Supersonic’. È il suo credo e, in fondo, anche la chiave del loro stile. Mai elegante e mai ricercato ma casual e nato dalla working class britannica. Eppure economico, replicabile e per questo di successo. A stupire nel film è che gli stessi capi vengano indossati da ragazzi che negli anni Novanta non erano nemmeno nati. È Noel Gallagher a sottolinearlo osservando il pubblico della reunion: “Guardo un mare di persone sotto i trent’anni. Non era così negli anni Novanta. Piangono a dirotto, sono affascinati”. La nuova generazione, più che imitarli, ha adottato il loro stile come qualcosa di proprio. Un bucket hat, un parka oversize, una Adidas Gazelle, una maglia da calcio o una polo che possono essere acquistati oggi praticamente ovunque. Ma quando vengono messi insieme raccontano una storia che riporta a Manchester, al Britpop, e passa per stadi, strade, calcio e musica.
Una storia che, a giudicare dall’entusiasmo per la reunion, non sembra affatto destinata a finire. Lo stile degli Oasis arriverà di nuovo anche in passerella? È presto per dirlo. Basta però fare un giro sui social o per le strade di Londra per accorgersi che l’Oasis mania è tornata anche tra la Gen Z. L’ispirazione resta la stessa di trent’anni fa: i fratelli Gallagher e il loro modo di vestire. Dimenticate i guardaroba costruiti, i cambi d’abito studiati al centimetro e le partnership ostentate con i grandi marchi della moda. Se Liam è rimasto fedele all’immagine che lo accompagna da oltre trent’anni, Noel si è concesso qualche variazione in più. Jeans aderenti, sneakers e l’immancabile silhouette Mod sono rimasti ma durante il tour alterna camicie di jeans e giacche con maggiore libertà.
Liam, invece è riconoscibile al primo sguardo. A Cardiff, per la data inaugurale del tour, ha scelto uno Skye Ten Anorak della collaborazione tra Ten c e Awake NY, un pezzo d’archivio color verde militare ispirata alla geologia di Manhattan. Un capo ricercato ma indossato con la stessa naturalezza degli anni Novanta. E immediatamente associabile a lui. Molti dei fan inquadrati nel film hanno colto l’occasione della reunion per ricostruire quell’uniforme Oasis fatta di Adidas ai piedi, parka oversize, polo e cappellini e sentirsi ancora parte di quella storia. O, per qualcuno, per entrarci per la prima volta.