Dopo dieci anni, Cosimo Messeri torna al cinema: “Ora ci ho fatto pace”. Un volto da cinema d’altri tempi, attraversato però da una visione contemporanea che non assomiglia a ness’un’altra. Nel panorama di oggi, dove molte voci sembrano inseguire la stessa forma, Messeri arriva alle Giornate degli Autori – la kermesse parallela alla Mostra del Cinema di Venezia – come un corpo estraneo e necessario: uno che non si adegua, uno che non si ripete, uno che porta con sé la memoria del cinema che lo ha cresciuto e la lucidità di quello che vorrebbe costruire. Presenta ‘Il Massacro’, da lui scritto, diretto e interpretato. No, non è un film dell’orrore. Ma una sorta di diario segreto (ma collettivo) ma anche una resa dei conti, finita con la pace, dopo 10 anni “forzati” lontano dalla macchina da presa: “Non è dipeso da me”, racconta Messeri all’Adnkronos. “Non avevo nessun blocco creativo: il blocco era davanti a me”. Dopo l’ultimo film ‘Metti una notte’ (2017) – suo primo film di finzione – ogni sceneggiatura proposta sembrava sbattere contro muri sempre più alti. “Succede a tanti che provano a fare un cinema un po’ diverso dalla norma. Non migliore, ma diverso. E per questo non ti vuole nessuno”. Messeri – premiato al Lido con il ‘Premio al talento creativo’ della Siae (“una vampata di calore”) – parla di quei dieci anni come di una lunga serie di lutti: progetti naufragati, uno addirittura a un mese dalle riprese. “Un film è una parte di te. Vederlo morire in un cassetto è raggelante, ti paralizza”. Si è sentito come il generale Custer, dice, “che ha lottato fino alla fine, forse troppo”, aggrappato a un’idea di cinema che sembrava non trovare più spazio.
Alla domanda su cosa non funzioni nell’ingranaggio del cinema italiano, Messeri non ha esitazioni: “La mancanza di coraggio. Quando qualcuno riesce a fare qualcosa di nuovo, tutti applaudono. Ma prima nessuno lo vuole”. Cita i Beatles, rifiutati da quasi tutte le case discografiche, e perfino Gesù, “che all’inizio non lo voleva nessuno”. E poi una frase di Churchill che lo ha accompagnato in questi anni: “‘Il segreto del successo è passare da un insuccesso all’altro senza perdere l’entusiasmo’”. Per un attimo, confessa, quell’entusiasmo l’aveva perso. Essere a Venezia ha per lui un significato che va oltre il festival. “Per me Venezia è Carlo Mazzacurati. Lavoravo con lui, mi portava qui anche quando non avevo lavorato al film. Eravamo molto amici”. Tornare dopo tanti anni, senza di lui, è stato un colpo allo stomaco. “Lo sento nell’aria”, ricorda il figlio del grande attore Marco Messeri che ha lavorato come assistente anche di Nanni Moretti.
‘Il Massacro’ è un film autobiografico su un regista (Messeri) che, dopo anni di inattività creativa, schiacciato dal fallimento di diversi progetti cinematografici naufragati a un passo dalla realizzazione, decide di fare i conti con il proprio passato recente. Per farlo rintraccia e intervista le donne conosciute attraverso le app di dating durante quel periodo sospeso della sua vita. Affiancato da due amici, trasforma quest’esperimento in un film che oscilla tra documentario e confessione personale. Attraverso incontri, ricordi e confronti spesso dolorosi, emerge il ritratto di un uomo alle prese con le proprie sconfitte, le occasioni mancate e il bisogno di ritrovare un senso. Nel cercare di capire cosa abbia perso e cosa possa ancora salvare, scopre qualcosa che non aveva previsto: la possibilità di ricominciare. Il cinema tornerà inaspettatamente a essere uno strumento per abitare il mondo e riscoprire un amore profondo per la vita. ‘Il Massacro’ – di cui cura anche le musiche – rimette al centro ciò che la società contemporanea tende a nascondere: l’errore, l’insuccesso, la fragilità. “Non resta spazio per sbagliare. Il fallimento è un tabù, una cosa da mettere sotto il tappeto. Tutti devono mimare successo, fotografare panorami bellissimi, vivere per l’immagine. È delirio”. Messeri rivendica un’altra educazione, un altro sguardo. “Parlare dell’insuccesso è proibito, quindi ho voluto farlo”.
Girare il film è stato anche un percorso personale: “È stato terapeutico. Solo facendo il film ho realizzato davvero cosa avevo vissuto. Mi interessava raccontare cosa passa nella testa di un regista che per dieci anni non riesce a fare un film”. All’interno della comunità del cinema, dice, non se ne parla abbastanza. “C’è un velo di omertà. Tutti raccontano solo successi, soprattutto quando passano ai festival”. E lancia un appello ai produttori: “Le generazioni precedenti ci hanno lasciato un tesoro enorme: Petri, Antonioni, Fellini. Dagli Anni 90 in poi abbiamo buttato via troppo. Il momento è brutto per il cinema italiano, e solo chi lo produce può salvarlo. Il cinema è l’anima di un Paese: se fallisce, il Paese resta senz’anima”. Dopo ‘Il Massacro’ (prodotto da Kaplan), Messeri guarda avanti. “Sono proiettato in avanti, anche se non so ancora verso cosa. Ma sì, sono in fase creativa. Questo film, e il modo in cui è stato accolto, mi dà la forza di continuare”. Ad oggi hai fatto pace con il cinema? “Sì, posso dire di sì”. E un sogno? “Fare un altro film”, conclude. (di Lucrezia Leombruni)