Il terremoto politico in Germania orientale ha riaperto un dibattito profondo che va ben oltre le dinamiche elettorali. Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno certificato un dato inequivocabile: l’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD) non è più solo una forza di protesta, ma un partito egemone in ampie fette dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (Ddr).
Nella ex Ddr il partito di estrema destra ottiene da anni risultati molto superiori a quelli dell’Ovest. Alle politiche del 2025 lAfD aveva preso il 20,8% a livello nazionale, ma oltre il 30% in tutti i Länder orientali: 38,6% in Turingia, 37,3% in Sassonia, 37,1% in Sassonia-Anhalt. Alle regionali del 2024 era arrivata al 32,8% in Turingia, al 30,6% in Sassonia e al 29,2% in Brandeburgo.
Per comprendere questa frattura tra Est e Ovest, non basta guardare ai grafici dell’economia contemporanea: bisogna fare i conti con la storia e con il modo radicalmente diverso in cui le due Germanie hanno elaborato (o rimosso) il trauma del nazismo.
Nella Germania dell’Ovest, il processo di fare i conti con il passato (la cosiddetta Vergangenheitsbewältigung) è stato lungo, doloroso e capillare. Le generazioni successive alla guerra hanno chiesto conto ai propri padri, la scuola e le istituzioni hanno lavorato per interiorizzare la colpa storica, rendendo il rifiuto del neonazismo un pilastro identitario e dirimente per la Repubblica Federale.
Nella Germania dell’Est comunista, invece, la narrazione è stata diametralmente opposta. La Ddr si autodefinì fin dalla sua fondazione come il “primo Stato antifascista tedesco”. L’ideologia di regime insegnava che il fascismo era semplicemente lo stadio supremo e degenerato del capitalismo; pertanto, essendo la Ddr uno stato socialista, i suoi cittadini erano “per definizione” antifascisti.
Come sottolinea lo storico Ilko-Sascha Kowalczuk in “Shock da libertà. La Germania, l’Est e l’ascesa dell’estremismo” (Donzelli, 2025), questa dottrina calata dall’alto ha avuto un effetto anestetizzante. La colpa del nazismo venne interamente proiettata sull’Ovest capitalista. Ai cittadini dell’Est fu spiegato che non era colpa loro, esentandoli da un’introspezione collettiva e dal senso di responsabilità per i crimini del Terzo Reich.
Oggi, il risultato di questa mancata elaborazione è che il “cordone sanitario” morale contro l’estrema destra, relativamente solido a Ovest, a Est risulta molto più fragile. L’associazione di certe retoriche con il nazionalismo etnico non fa scattare gli stessi campanelli d’allarme tra molti elettori della Sassonia o della Turingia, proprio perché quel passato non è mai stato interiorizzato come un fardello personale.
Ovviamente, il lato “storico/morale” non basta a spiegare il successo di Alice Weidel, Tino Chrupalla e dei leader locali dell’AfD. L’estrema destra ha trovato un terreno fertilissimo nelle promesse tradite della riunificazione.
A oltre trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, la situazione economica all’Est rimane strutturalmente peggiore rispetto all’Ovest. Nessuna delle più grandi aziende tedesche quotate nel Dax ha sede nell’ex Ddr. I salari sono mediamente più bassi, lo spopolamento e la fuga di cervelli verso l’Ovest hanno desertificato intere province rurali, e molti cittadini dell’Est si sentono ancora trattati come “tedeschi di serie B”, colonizzati economicamente e culturalmente dalle élite occidentali.
In questo clima di risentimento, il messaggio dell’AfD risuona potente: il partito si propone non solo come scudo contro l’immigrazione e le politiche ecologiste di Berlino (vissute come imposizioni di un’élite urbana scollegata dalla realtà), ma come il vero difensore degli “interessi dell’Est”. L’AfD ha saputo capitalizzare questa frustrazione economica unendola a un nazionalismo identitario che, libero dai tabù storici occidentali, ha trovato finalmente la sua valvola di sfogo. Ulrich Siegmund ha già rilanciato: “In caso di necessità ci sarebbero semplicemente nuove elezioni, e allora otterremmo il 50 o il 55 per cento”.