“Il mio Paese ideale? Ovunque regni la pace”. Così Orlando Bloom, nell’intervista con Adnkronos, parla di ‘Bucking Fastard’, l’opera in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia firmata da Werner Herzog. Il film nasce da un’immagine radicale: due sorelle che scavano un tunnel per raggiungere un Paese ideale. Una favola distorta, un viaggio nell’ossessione e nel desiderio di un altrove possibile, ispirato alla storia reale di Greta e Freda Chaplin, che non hanno alcuna parentela con Charlot. Le due sorelle, vissute in simbiosi al punto da condividere passioni, sogni e persino gli uomini, finirono sui tabloid britannici per la loro ossessione verso la stessa persona – che nel film ha il volto di Bloom – e conobbero personalmente Herzog. Oggi la loro vicenda arriva a Venezia con Kate e Rooney Mara, per la prima volta insieme sullo schermo, nei ruoli principali.
Alla domanda su come il film rifletta la realtà contemporanea, Bloom entra nel cuore del metodo Herzog: “Ci sono molti momenti di verità. Werner filma con uno stile quasi documentaristico, è un regista estremamente onesto”. Gleeson annuisce: “Sì, quello che succede è folle, ma le emozioni sono tutte reali”. E quando si parla di montagne da scavare, come fanno le sorelle nel film, i due attori non hanno dubbi: “Fare un film e portarlo a Venezia è una montagna da scavare”.
Herzog, da sempre ossessionato dalle ossessioni umane, trova in Bloom e Gleeson terreno fertile. “Il lavoro è la mia grande ossessione”, confessa Gleeson. “Fare questo film è stato un dono, così come lavorare con un maestro come Herzog“. Bloom aggiunge: “C’è sicuramente la sensazione di vivere come se il tempo non ci appartenesse davvero. E poter creare nel suo mondo è stato un dono”. E il sogno impossibile? Bloom sorride: “Fare cinema è un sogno. È come catturare qualcosa di irripetibile, come un lampo in una bottiglia”. Così come “far parte della visione di Herzog“. ‘Bucking Fastard’, conclude, “è quasi una poesia in forma di film. Non puoi paragonarlo a nulla: non l’hai mai visto prima e forse non vedrai mai più qualcosa del genere”. (di Lucrezia Leombruni)