Settembre arriva sempre con la stessa notifica. Il telefono che a metà agosto si è riempito di foto del mare, di pranzi lunghi e di tramonti fotografati tre volte per sicurezza, e che appena rientri ti avvisa: spazio esaurito, ma con pochi euro al mese il problema sparisce. È il momento in cui quasi tutti tirano fuori la carta e pagano, perché è la strada più corta. E ogni mese quei pochi euro continuano ad andarsene, per file che potresti tenere benissimo a casa tua, su un disco che è tuo. È esattamente qui che entra in scena un apparecchio come l’ASUSTOR Drivestor 2 Gen2.
Questo piccolo NAS a due dischi nasce per intercettare quel momento di resa. Costa poco, promette di riportare foto, documenti e backup sotto il tuo tetto invece che dentro il server di qualcun altro, e lo fa con l’aria del prodotto che non vuole spaventare nessuno. L’ho tenuto acceso un paio di mesi, ci ho spostato dentro l’archivio fotografico di una famiglia intera e l’ho usato come lo userebbe chi un NAS non l’ha mai avuto. Ne esco convinto per certe cose e parecchio meno per altre, e la questione, come quasi sempre con questi apparecchi economici, sta meno nella porta di rete veloce che campeggia in copertina e molto di più in quello che è stato tolto per arrivare a quel prezzo.
Vale la pena un passo indietro, perché chi guarda un oggetto del genere è spesso alla prima volta. Un NAS non è altro che un piccolo computer, sempre acceso e collegato alla rete di casa, che ha un solo compito: custodire i dischi e mettere quello che contengono a disposizione di tutti i dispositivi, ovunque tu sia. È il disco esterno che invece di stare attaccato a un solo computer parla con il telefono, con il televisore, con il portatile del resto della famiglia, e a cui puoi arrivare anche dall’ufficio o dall’altra parte del mondo. Detta così sembra roba da smanettoni, e per anni lo è stata; il senso di prodotti come il Drivestor è proprio togliere quella patina di complicazione.
com’è fatto e cosa trovi nella scatola
Fuori dalla confezione il Drivestor 2 Gen2 non prova nemmeno a sembrare un oggetto di design, ed è un bene che non lo faccia. È un parallelepipedo di plastica nera, compatto, con due alloggiamenti per dischi da 3,5 pollici dietro il pannello frontale e una fila di piccole spie luminose che ti dicono a colpo d’occhio se il sistema è acceso, se la rete lavora, se i dischi stanno leggendo o scrivendo. Niente schermo, niente fronzoli: tutto quello che devi sapere te lo dicono quei LED e, per il resto, l’interfaccia che apri dal browser. Chi sperava in un display come su certi modelli più cari resta a bocca asciutta, ma a questa cifra sarebbe stato un piccolo miracolo.
La dotazione è spartana e onesta. Dentro la scatola trovi l’unità, un alimentatore esterno con il suo cavo, un cavo di rete Cat 5e, la guida rapida e due sacchetti di viti, otto per i dischi da 3,5 pollici e otto per eventuali unità a stato solido da 2,5. I dischi, come sempre in questa categoria, li aggiungi tu: il Drivestor si vende vuoto, ed è la scelta giusta, perché ognuno decide da sé quanta capacità gli serve e quanto vuole spenderci. L’alimentatore separato dal corpo macchina è la norma per i NAS piccoli, tiene il calore lontano dall’elettronica e rende banale un’eventuale sostituzione, al prezzo di un mattoncino nero in più da nascondere dietro la scrivania.
Il montaggio dei dischi è il capitolo in cui ASUSTOR ha lavorato con la testa del principiante, e si vede. Il coperchio scorre via, le slitte interne si fissano con viti a testa larga che stringi con le dita, e in un paio di minuti hai i dischi al loro posto senza cacciavite e senza la paura di rompere qualcosa. Manca però una comodità che chi ha già avuto un NAS conosce: i cassetti non si estraggono a caldo. Se un domani un disco cede e va sostituito, il sistema si spegne e si riapre, non basta sfilare il cassetto con la macchina in funzione. In casa è una scena che capita una volta ogni molti anni, ma è una di quelle rinunce che raccontano da sole a quale fascia di prezzo appartiene l’apparecchio.
cosa c’è sotto, spiegato senza gerghi
Il motore è un processore Realtek a quattro core da 1,7 gigahertz, lo stesso tipo di chip che troveresti in un buon lettore multimediale da salotto. Rispetto alla generazione precedente il passo avanti c’è, si sale da 1,4 a 1,7 gigahertz, e soprattutto migliora la parte grafica integrata, quella che serve a convertire al volo un film in un formato leggibile dal televisore o dal telefono. È un chip disegnato per consumare pochissimo e restare acceso giorno e notte senza scaldare la stanza, non per macinare calcoli pesanti: tenerlo a mente aiuta a non chiedergli quello che non può dare.
Il limite che pesa davvero, invece, è la memoria. Un solo gigabyte di RAM, saldato alla scheda, impossibile da ampliare. Qui serve chiarezza, perché è il punto su cui ASUSTOR ha tagliato per tenere basso il prezzo ed è lo stesso su cui l’utente pagherà dazio se pretende troppo. Un gigabyte è quanto basta per fare da magazzino ordinato dei file, per i backup automatici, per servire lo streaming di un video alla volta. Comincia a stare stretto nel momento in cui ti viene voglia di installare a decine le applicazioni che il sistema propone, di far girare più servizi insieme, di usarlo come piccolo server per la domotica o per i contenitori software. E il fatto che non si possa aggiungere nemmeno un banco significa che quel tetto te lo porti dietro per tutta la vita del prodotto. Da lì passa la linea tra un NAS che compri e tieni cinque anni e uno che dopo dodici mesi ti sta già addosso.
La porta di rete è l’unica voce che ASUSTOR mette davvero in vetrina, e le ragioni ci sono. È una 2,5 Gigabit, due volte e mezza più veloce della normale porta Gigabit che ancora equipaggia la maggior parte dei router e dei NAS economici. In pratica, se hai una rete all’altezza, uno switch o un router che parlano la stessa lingua, riversare un archivio di foto o scaricare il girato di una vacanza dal computer al NAS richiede meno della metà del tempo. Sulla carta il Drivestor dichiara circa 209 megabyte al secondo in lettura e 189 in scrittura, numeri misurati da ASUSTOR nel proprio laboratorio in condizioni ideali. A casa, con dischi meccanici e una rete comune, quei valori si ridimensionano, ma il salto rispetto alla vecchia Gigabit resta netto e si sente ogni volta che sposti file grossi. Un avvertimento però è d’obbligo: se il resto della tua rete viaggia ancora a un Gigabit, questa porta veloce lavorerà al rallentatore e il vantaggio per cui hai pagato non lo vedrai mai comparire.
Le tre porte USB, una davanti e due dietro, tutte capaci di cinque gigabit al secondo, servono ad attaccare un disco esterno per un backup con un solo tocco, oppure a collegare e condividere in rete una stampante. Per chi arriva dal disco USB appeso al router e sogna qualcosa di più ordinato, non sono affatto un dettaglio.
Sul modo di organizzare i dischi il Drivestor offre le configurazioni classiche: puoi tenerli separati, unirli per sommare la capacità, oppure, ed è quello che consiglio a chiunque tenga ai propri dati, scegliere il RAID 1, dove ogni file viene scritto due volte, una copia identica su ciascun disco. Se un disco muore, l’altro conserva tutto, e hai il tempo di sostituire quello guasto senza perdere niente. Un equivoco qui costa lacrime, quindi lo dico chiaro: questa doppia scrittura non è un backup. Ti protegge dal guasto di un disco, non dalla cancellazione per sbaglio, non da un attacco informatico che cifra tutto, non dal fulmine che frigge la casa. Per quello serve una copia altrove.
La regola che i tecnici ripetono da sempre è quella del tre-due-uno: tre copie dei dati importanti, su due supporti diversi, di cui almeno una custodita in un altro luogo. Il Drivestor sa fare la sua parte, perché può copiare in automatico il proprio contenuto su un disco USB esterno o verso un servizio cloud, chiudendo il cerchio della sicurezza. Ma è una cosa da impostare una volta, con calma, non un automatismo che arriva da solo alla prima accensione. Chi salta questo passaggio pensa di avere una protezione che in realtà non ha.
A fare da rete supplementare c’è il file system Btrfs, che ASUSTOR mette a disposizione e che porta con sé le istantanee: fotografie dello stato dei file in un dato momento, a cui puoi tornare se qualcosa va storto. Serve nei guai veri: un file sovrascritto per sbaglio, una cartella che sparisce, e torni a com’era il giorno prima.
il software, dove ASUSTOR gioca meglio del previsto
Il software, su un NAS, conta più di quasi tutta la scheda tecnica: è quello con cui hai a che fare ogni giorno, per anni, ed è il terreno dove il Drivestor recupera i punti che perde sui numeri grezzi. Il suo sistema, chiamato ADM, si gestisce dal browser come se fosse un piccolo computer con le sue finestre e le sue icone, ed è abbastanza chiaro da non lasciare spaesato chi non ha mai messo mano a niente del genere. Attorno gli gira un catalogo di applicazioni che spazia dalla galleria fotografica con il riconoscimento automatico dei volti allo streaming dei film, dal server per i documenti alla videosorveglianza, e che ha alle spalle anni di collaudo e una comunità di utenti a cui appoggiarsi quando qualcosa non torna.
Sulla videosorveglianza vale la pena fermarsi, perché è una di quelle funzioni che da sole possono giustificare l’acquisto. Il Drivestor gestisce fino a quattro telecamere IP gratuitamente, registrando quello che riprendono direttamente sui suoi dischi, e si trasforma così in un piccolo sistema di sorveglianza per la casa o per un negozio senza alcun abbonamento mensile. Le licenze per aggiungere altre telecamere si pagano, ma quattro canali gratuiti coprono già molte situazioni reali, dall’ingresso al garage al bancone.
Un ultimo aspetto che di solito finisce nelle note a piè di pagina ma che qui merita una riga: ASUSTOR ha aggiornato la parte di sicurezza del sistema con la cifratura cosiddetta post-quantistica, pensata per resistere agli attacchi dei computer di domani. Oggi suona come un vezzo da comunicato stampa, e in parte lo è; ma su un apparecchio che comprerai e terrai acceso per anni, sapere che chi lo produce si sta già ponendo il problema di come saranno le minacce future è una rassicurazione che vale.
come si piazza rispetto agli altri
Il metro di paragone inevitabile, parlando di NAS per la casa, resta Synology. Per anni è stata la scelta automatica, quella da consigliare a occhi chiusi al parente che voleva mettere ordine nelle foto. Nel 2025 però l’azienda si è giocata parte di quella fiducia: ha imposto sui modelli Plus dell’annata l’obbligo di dischi a proprio marchio o certificati per avere tutte le funzioni, salvo poi fare marcia indietro in autunno con un aggiornamento che ha riaperto le porte agli hard disk di Seagate, Western Digital e soci. La retromarcia c’è stata, ma il segnale è arrivato lo stesso, e molti acquirenti si sono guardati intorno. Sul Drivestor la questione non si pone: i dischi li scegli tu, del produttore che preferisci, al prezzo che riesci a spuntare, senza clausole che un domani potrebbero cambiare. E quando arrivi alla cassa, quella libertà la senti.
Il rivale più diretto per prezzo e ambizioni arriva da Ugreen, un marchio che fino a ieri conoscevamo per cavi e caricabatterie e che si è lanciato nei NAS con modelli aggressivi a due dischi. Anche TerraMaster gioca nella stessa fascia con schede tecniche a volte più generose sulla carta, magari con più memoria di serie. Chi guarda soltanto i numeri potrebbe storcere il naso davanti al gigabyte di RAM del Drivestor, e avrebbe le sue ragioni. Il vantaggio di ASUSTOR è la maturità del software: ADM esiste da tempo, è rodato, e i nuovi arrivati questo pezzo devono ancora costruirselo. Sulla potenza pura il Drivestor sta un gradino sotto a qualche rivale, ed è onesto dirlo. Quello che sa fare, e che al pubblico a cui punta interessa davvero, è funzionare senza chiedere all’utente di diventare un tecnico.
l’ASUSTOR Drivestor 2 Gen2 alla prova
La prima accensione è la vera prova del nove per un prodotto così, perché è lì che si decide tutto: se l’installazione spaventa, il NAS torna nella scatola e non ne esce più. Il Drivestor se la cava bene. Per i nostri test abbiamo installato due Seagate BarraCuda da quattro terabyte ciascuno: l’operazione ha richiesto appena qualche minuto ed è stata completata senza utilizzare alcun cacciavite, grazie al sistema di montaggio completamente tool-less. Cavo al mio FRITZ!Box 7690, browser, e da lì una procedura guidata mi ha accompagnato passo dopo passo: account, protezione dei dati sui due dischi, cartelle condivise. Andando con calma, in una ventina di minuti abbondanti avevo un sistema pronto e raggiungibile da tutta la casa. Chi arriva dal disco USB attaccato al router trova di colpo tutto più ordinato e accessibile da ogni dispositivo nello stesso momento.

Una precisazione onesta su quei BarraCuda: sono unità pensate per il computer di casa, non i modelli specifici per NAS che consiglio più avanti. Costano meno e, per l’uso leggero che ne ho fatto, hanno lavorato senza problemi; ma chi mette in conto un NAS destinato a girare sul serio, con scritture continue, farà bene a partire da subito con dischi progettati per questo. Sulla velocità pura non troverete numeri in questa recensione: non abbiamo la strumentazione per misurazioni rigorose di questo tipo, e sparare cifre a caso sarebbe peggio che tacere. Quello che posso dire è che, spostando il mio archivio avanti e indietro nell’arco di due mesi, rallentamenti fastidiosi non ne ho incontrati, sempre rapportando il giudizio a ciò che questo NAS è. E aggiungo un promemoria che vale più di un test: per sfruttare davvero la porta da 2,5 gigabit servono computer e NAS entrambi a quella velocità, una condizione che nella rete di casa capita di rado, per quanto moderno sia il router.
L’applicazione per il telefono che fa da ponte con le foto è il pezzo che convincerà chi arriva dal cloud a pagamento. Ho usato AiFoto: una volta sincronizzata, ogni scatto finisce da solo sul NAS, sui miei dischi, senza canone e senza che le immagini stiano sul server di un’altra azienda. Il riconoscimento dei volti fa il suo dovere, con qualche défaillance: ogni tanto sbaglia persona o accorpa facce che non c’entrano, ma ritrovare gli scatti di qualcuno o di un posto resta semplice. Non arriva ai colossi del cloud, che hanno anni di intelligenza artificiale alle spalle, e va bene così. È qui che il Drivestor mantiene la promessa stampata in copertina: farti smettere di pagare l’affitto per i tuoi ricordi.
Sul versante multimediale ho guardato qualche film in streaming su un Samsung, e sia la conversione al volo sia la visione mi hanno convinto: il video pesante viene trasformato senza intoppi in qualcosa che lo schermo digerisce, e si vede bene. Su questo tipo di lavoro il Realtek se la cava con i formati più diffusi. Chiedergli più flussi in contemporanea o i formati più ostici è un altro discorso, e lì il gigabyte di memoria e la potenza contenuta del chip finirebbero per farsi sentire; ma sul suo terreno, un contenuto alla volta, fa quello che deve senza fiatare.
Un oggetto destinato a restare sempre acceso deve saper farsi dimenticare, e il Drivestor lo fa. La ventola gira piano: in una stanza normale il rumore è minimo, e quel poco che arriva è dei dischi, non della macchina. Il riscaldamento, nei due mesi di prova, non è mai stato eccessivo. Sui consumi non do una cifra perché non li ho misurati con strumenti, ma un NAS di questa taglia sta sui pochi watt, dalle parti di una lampadina a basso consumo, e su un anno di funzionamento continuo la voce in bolletta resta trascurabile.
Dove il prodotto ricorda quanto è costato è nel confronto con i fratelli maggiori. Non è veloce come i modelli ASUSTOR più su di gamma che abbiamo provato in passato: il Nimbustor 4, a suo tempo, al confronto era una scheggia. Ma quello costava molto di più ed era pensato per uffici e piccoli uffici, mentre questo se la cava in un impiego quasi domestico. Nei due mesi in ambiente misto, tra casa e ufficio, non è saltato fuori nulla di davvero fastidioso: conosco il marchio, e il risultato è quello che mi aspettavo da un entry level fatto con criterio. Il limite del gigabyte di memoria resta lì, sullo sfondo, pronto a emergere se pretendessi di caricarlo di servizi; ma per come l’ho usato, non l’ho mai toccato con mano.
verdetto: per chi sì, per chi no
Il Drivestor 2 Gen2 si trova intorno ai 150 euro senza dischi, e questo è il numero da cui partire per capire se fa al caso tuo. Montandoci due unità pensate per i NAS, un WD Red Plus o un Seagate IronWolf da quattro terabyte viaggiano intorno ai 220 euro l’uno, la spesa reale per portarsi a casa un sistema pronto e in sicurezza si aggira sui 580-600 euro, per quattro terabyte utili al riparo dal guasto di un disco. È una cifra che si ripaga nel giro di qualche anno rispetto all’abbonamento cloud di una famiglia, con la differenza non da poco che alla fine i dischi restano tuoi e i dati non li ha in mano nessun altro.
A chi lo consiglio senza esitare: a chi vuole smettere di pagare il cloud per foto, video e documenti; a chi cerca il primo NAS e non ha voglia di prendersi una laurea in informatica per usarlo; a chi ha bisogno di un archivio condiviso in casa o in un piccolo ufficio e di backup automatici che finalmente girino da soli. Per questo pubblico la porta di rete veloce, il software maturo e la libertà di scegliersi i dischi valgono ogni euro speso.
A chi invece conviene puntare più in alto: a chi sa già di voler far girare molte applicazioni insieme, contenitori software, servizi di domotica, magari più flussi video in contemporanea. Quel gigabyte di memoria saldato è un muro, e siccome non si può abbattere, tanto vale salire di gamma da subito. Restando in casa ASUSTOR, un Nimbustor di ultima generazione mette sul piatto un processore Intel quad-core più muscoloso e, soprattutto, quattro gigabyte di RAM per giunta espandibili: è la spesa in più che evita il pentimento tra un anno.
Il Drivestor 2 Gen2 non punta sulla potenza, e non ne fa mistero: è un entry level, con l’orizzonte di un entry level. Quello che si è prefissato lo fa bene, mettere i dati al sicuro, restare semplice, costare il giusto, e per il pubblico giusto è un ottimo acquisto. Se un domani le tue esigenze cresceranno, la stessa ASUSTOR ha in catalogo modelli fatti apposta per seguirti. Il grosso, prima di comprarlo, sta nel capire con onestà di cosa hai davvero bisogno.