La spesa italiana per la sanità digitale ha superato i 2,7 miliardi di euro nel 2025, con una crescita del 9% sull’anno precedente. I numeri dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano raccontano un sistema in accelerazione: il 53% degli italiani ha consultato almeno una volta il Fascicolo Sanitario Elettronico, undici punti percentuali in più rispetto all’anno prima. Eppure, dietro questa corsa alla digitalizzazione, restano intatte le barriere che impediscono a milioni di persone di accedere davvero alle cure. Lo sostiene Guja Ventura, Head of Operations di International Care Company (già Filo Diretto), in un’analisi sul futuro della primary care in Italia.
La telemedicina è diventata parte del quotidiano sanitario: sei cittadini su dieci comunicano con il proprio medico tramite WhatsApp, il 52% dei medici di medicina generale effettua televisite, così come il 36% degli specialisti. Il 74% delle strutture sanitarie la indica tra le priorità di investimento digitale. Ma l’adozione è ancora disomogenea: in molti casi le visite a distanza avvengono su strumenti non progettati per l’ambito clinico, lontani dagli standard di sicurezza e continuità che il settore richiederebbe.
Il divario territoriale che la tecnologia non colma
La Fondazione Gimbe ha documentato nel 2025 una frattura profonda tra le regioni italiane nell’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico: disomogeneità nella completezza dei documenti, differenze nell’offerta di servizi digitali, e un tasso di utilizzo che in diverse aree del Paese resta sotto il 50%. Il divario tra Nord e Sud è netto e persistente.
Ma il problema non è solo geografico. Digitalizzare un servizio non significa renderlo accessibile. Per anziani, caregiver, persone con disabilità, cittadini con background migratorio o con scarsa alfabetizzazione sanitaria, le difficoltà cominciano prima ancora di aprire una piattaforma: capire quale servizio attivare, sapere a chi rivolgersi, coordinare interlocutori diversi. Sono le cosiddette barriere invisibili, quelle che nessun aggiornamento software elimina.
Cinquemila medici di famiglia in meno e liste d’attesa infinite
Alle barriere digitali si sommano quelle strutturali. In Italia mancano oltre 5.500 medici di medicina generale. Nelle aree interne, montane e rurali trovarne uno vicino a casa è sempre più difficile, con ricadute dirette sui tempi e sui costi degli spostamenti per chi ha bisogno di cure. Le liste d’attesa si allungano, i percorsi assistenziali restano frammentati, gli orari di accesso sono spesso rigidi.
Sullo sfondo c’è il sottofinanziamento cronico della sanità pubblica italiana. La spesa sanitaria vale l’8,4% del Pil, sotto la media Ocse del 9,3% e lontana dai livelli di Germania (12,7%), Francia (10,8%) e Regno Unito (9,3%). A pagarne il prezzo sono soprattutto anziani, persone fragili e residenti nelle aree più svantaggiate.
Il quadro demografico aggrava tutto. Al 1° gennaio 2026, secondo l’Istat, gli over 65 hanno raggiunto i 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni superano i 2,5 milioni. L’Italia è il Paese più anziano dell’Unione Europea. Una trasformazione strutturale che cambia la domanda di assistenza: non solo cure cliniche, ma orientamento, accompagnamento, continuità.
L’equivoco sull’innovazione sanitaria
È qui che emerge quello che Ventura definisce il principale equivoco del dibattito sulla sanità digitale. L’innovazione viene ancora identificata con la digitalizzazione delle prestazioni: Fascicolo Sanitario Elettronico, telemedicina, prenotazioni online. Ma la primary care contemporanea è qualcosa di più ampio. Significa orientare le persone nel sistema, coordinare i servizi, supportare i caregiver, gestire le fragilità, garantire continuità lungo tutto il percorso.
Un esempio concreto: un lavoratore che vive lontano dai genitori anziani non ha bisogno solo di prenotare una visita specialistica. Ha bisogno di monitorare la situazione a distanza, trovare risposte affidabili in tempi rapidi, coordinare eventuali interventi domiciliari, gestire gli imprevisti. Il bisogno è insieme sanitario, assistenziale e organizzativo. Nessuna app, da sola, risponde a tutto questo.
Ecosistemi integrati, non solo piattaforme
La direzione che il settore sta prendendo punta a modelli che combinano teleassistenza primaria, orientamento ai servizi, programmi per i caregiver e gestione delle situazioni impreviste. L’obiettivo non è sostituire il Servizio Sanitario Nazionale, ma rafforzarne la capacità di risposta attraverso una presa in carico più fluida e coordinata.
C’è anche una ricaduta concreta sul sistema di emergenza. Molte situazioni a bassa complessità finiscono nei Pronto Soccorso per mancanza di alternative accessibili, soprattutto nelle ore serali e nei fine settimana. Un orientamento tempestivo e servizi territoriali più capillari potrebbero intercettare questi casi prima, alleggerendo la pressione sulle strutture di emergenza.
La stessa logica si applica al welfare aziendale. L’invecchiamento della popolazione attiva e la crescita dei lavoratori impegnati nell’assistenza a familiari fragili stanno spingendo le imprese a cercare strumenti concreti di supporto, non solo polizze sanitarie integrative. La tecnologia, in questo contesto, vale quanto la rete umana che la sostiene.
La sfida della sanità digitale italiana, conclude Ventura, non è tecnologica. È organizzativa, culturale e relazionale. La vera accessibilità non si misura nel numero di servizi online disponibili, ma nella capacità di garantire che ogni persona possa usarli con semplicità e ricevere supporto quando ne ha bisogno.