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Ucraina: perché gli investitori europei snobbano le privatizzazioni statali

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Il governo ucraino vorrebbe vendere migliaia di beni statali che sono in gran parte non redditizi, inefficienti o non operativi. Ma, trattandosi di un Paese in guerra con la Russia il cui futuro è per definizione incerto, i prezzi bassi non bastano ad attrarre gli investitori stranieri, in particolare quelli europei. Lo riferisce un’inchiesta del Kyiv Independent.

Il Fondo per le proprietà statali, l’ente governativo che sovrintende alle privatizzazioni, pubblicizza le imprese di Stato come una via facile e sicura per gli investimenti esteri. Elenca sul proprio sito web 18 progetti su larga scala e 157 progetti su piccola scala, con circa 1.200 progetti in fase di sviluppo, provenienti da un totale di oltre 3mila beni statali. Le aste hanno attratto finora investitori locali, con 168 vendite di beni su piccola scala che hanno generato oltre 1 miliardo di grivne (22,3 milioni di dollari) nella prima metà del 2026.

Alla fine di giugno, il presidente del Fondo, Dmytro Natalukha, è intervenuto alla Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina a Danzica, affermando che nessun investitore europeo è interessato a partecipare alle aste per i beni statali. Questo nonostante in Ucraina vi siano numerose opportunità di privatizzazione.

Secondo il Kyiv Independent, sono diversi i problemi di fondo che stanno allontanando gli investitori stranieri. La scarsa comunicazione da parte del governo in merito ai progetti realizzabili e ai rischi di guerra in corso è un ostacolo importante, così come le problematiche relative al personale del fondo, in particolare per quanto riguarda i dipendenti anglofoni, ha dichiarato al quotidiano una persona a conoscenza diretta del programma di privatizzazione ucraino, a condizione di anonimato.

L’Ucraina, inoltre, vieta di divulgare i dettagli finanziari di un asset prima di annunciare un’asta, lasciando agli investitori solo due o tre mesi per effettuare le dovute verifiche. Nel frattempo, gli asset sono spesso gravati da debiti, in cattive condizioni o, se confiscati, potenzialmente oggetto di azioni legali. Secondo Natalukha Bruxelles potrebbe facilitare l’ingresso delle aziende europee nel mercato ucraino, fornendo strumenti di riduzione del rischio.

Mentre gli investitori europei latitano, per Natalukha aziende provenienti da Paesi più intraprendenti come Stati Uniti, Turchia, Israele e Azerbaigian stanno visitando le proprietà statali nei settori agricolo, minerario e chimico. Tuttavia, finora solo un’azienda straniera ha acquistato un bene statale in tempo di guerra: la Neqsol dell’Azerbaigian, che ha acquistato la miniera di titanio Umcc lo scorso anno per 4 miliardi di grivne (95 milioni di dollari).

La situazione, però, secondo il giornale potrebbe cambiare. La Development Finance Corporation (Dfc) statunitense ha annunciato una partnership con la Multilateral Investment Guarantee Agency (Miga) della Banca Mondiale in occasione della Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina, per ampliare l’assicurazione contro il rischio politico per le aziende americane che investono in Ucraina.

Secondo una persona a conoscenza del processo di privatizzazione, la Dfc sarebbe pronta a fornire un’assicurazione contro il rischio politico agli investitori americani disposti a presentare un’offerta per l’impianto portuale di Odessa.

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