Per la maggior parte degli italiani agosto è il mese delle ferie. Per oltre 7 milioni di caregiver familiari, invece, è spesso il periodo più duro dell’anno: servizi ridotti, caldo estremo, operatori in ferie e una domanda di assistenza che non conosce pause. L’estate non inventa il problema, lo amplifica.
Guja Ventura, Chief Operations Officer di International Care Company (ICC, già Filo Diretto), società specializzata nei servizi di assistenza alla persona, fotografa una realtà strutturale: Il quadro nazionale restituisce la fotografia di un Paese che sul piano demografico sta invecchiando sempre di più. Al contempo si contrae la dimensione dei nuclei familiari e si sfilaccia inevitabilmente la rete di assistenza e reciproco supporto. I caregiver familiari in Italia sono oltre 7 milioni e prevalentemente donne nella fascia di età tra i 45 e i 64 anni. Su di loro gravano impegni lavorativi, personali, oltre che familiari.
Ferie usate per fare i turni, non per riposare
Durante i mesi estivi i centri diurni riducono le attività, gli ambulatori lavorano con organici ridotti e trovare un assistente domiciliare per una sostituzione temporanea diventa un’impresa. Il risultato è che molti caregiver consumano le proprie ferie non per recuperare energie, ma per coprire i buchi lasciati dai servizi territoriali: garantire assistenza continua a un genitore anziano, a un coniuge con una patologia cronica o a un familiare con disabilità. Viaggi, riposo, qualche giorno con il resto della famiglia: tutto rimandato, spesso annullato.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono le ondate di calore, sempre più frequenti e intense. Le alte temperature aumentano il rischio di disidratazione, scompensi e ricoveri nelle persone anziane e fragili, e impongono al caregiver un monitoraggio ancora più serrato: controllare l’idratazione, verificare che le terapie siano seguite, limitare gli spostamenti nelle ore più calde, organizzare ambienti adeguatamente climatizzati. Il caldo non pesa solo sulla salute di chi è assistito. Pesa anche su chi assiste.
Un carico invisibile che incide anche sul lavoro
Le conseguenze di questa pressione prolungata vanno oltre la sfera privata. Lo stress prolungato, la difficoltà di conciliare lavoro e assistenza e il rischio di isolamento incidono sul benessere psicofisico del caregiver e, indirettamente, anche sulla produttività lavorativa e sulla qualità della vita dell’intero nucleo familiare, afferma Ventura.
I dati Istat confermano la portata del fenomeno: il 22% delle persone occupate svolge anche attività di caregiving informale, ovvero più di un lavoratore su cinque. Tra le donne occupate la quota sale al 27,2%, contro il 18,2% degli uomini. Ricerche condotte dai team dell’Università di Bologna e dell’Università del Molise, insieme a diversi partner istituzionali e privati, indicano che il nodo centrale è il divario tra una domanda crescente di assistenza e un’offerta pubblica e privata ancora insufficiente.
Il lavoro dei caregiver è essenziale per il sistema. Rimane però in larga parte invisibile e non retribuito. Organizzare visite mediche, seguire l’assunzione di farmaci, accompagnare il familiare agli appuntamenti sanitari, gestire pratiche amministrative, monitorare la sicurezza domestica: tutto questo, ogni giorno, senza contratto e senza tutele.
Il respite care e i nuovi modelli di assistenza
Negli ultimi anni il settore dei servizi alla persona ha ampliato la propria offerta, puntando su percorsi flessibili e personalizzati che non si limitano all’inserimento di un assistente domiciliare. L’obiettivo è costruire un sistema di presa in carico che comprenda la valutazione dei bisogni, il coordinamento degli interventi e il monitoraggio continuo della qualità dell’assistenza, garantendo continuità anche nei mesi estivi.
In questo contesto cresce l’attenzione verso il respite care, i servizi di sollievo pensati per consentire ai caregiver di interrompere temporaneamente il carico assistenziale senza compromettere la continuità delle cure. La letteratura scientifica evidenzia che questi interventi contribuiscono a ridurre il carico emotivo e organizzativo dei familiari, migliorandone il benessere psicologico e contribuendo a prevenire il burnout dei caregiver, spiega Ventura. Allo stesso tempo, favoriscono una migliore qualità dell’assistenza e della vita anche per la persona fragile, soprattutto quando sono inseriti in un percorso di presa in carico continuativo e integrato. Tuttavia, altri studi segnalano che questi servizi sono ancora poco conosciuti, difficilmente accessibili o insufficientemente diffusi.
Accanto al respite care, molte realtà affiancano all’assistenza domiciliare servizi di teleassistenza, consulenza sociosanitaria, supporto psicologico ai familiari e strumenti digitali per il coordinamento delle cure. Un approccio che punta a spostare il baricentro dalla risposta all’emergenza verso un modello più sostenibile, integrato tra privato, pubblico e terzo settore.
La sfida per le aziende: il welfare non basta più
L’estate rappresenta solo il momento in cui le difficoltà emergono con maggiore evidenza. Una cartina al tornasole per un sistema che deve ripensare il modello di assistenza e alleggerire il carico per le singole famiglie, conclude Ventura. La vera sfida è costruire un ecosistema capace di sostenere i caregiver lungo tutto l’anno, integrando il ruolo insostituibile delle famiglie con una rete di servizi professionali accessibili, flessibili e di qualità.
Con oltre un lavoratore su cinque che concilia il proprio impiego con la cura di un familiare, il tema riguarda direttamente anche le imprese. I classici strumenti di welfare aziendale — buoni spesa, fringe benefit, piattaforme di acquisto — non bastano a rispondere a un bisogno di questa natura. Servono soluzioni concrete di supporto all’assistenza, capaci di alleggerire un carico che, senza interventi strutturali, continuerà a crescere insieme all’invecchiamento della popolazione.