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Dazi, Locatelli (Cattolica): “L’amministrazione Trump è in guerra, anche interna”

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Quella di Donald Trump “è un’amministrazione in guerra e non solo con gli altri Stati, ma anche nella politica interna”. Non usa mezzi termini il professore di scienze politiche della Cattolica, Andrea Locatelli, nell’analizzare la nuova ondata di dazi voluta dagli Stati Uniti. Una mossa “coerente” in un disegno di accentramento del potere, mentre l’Europa, che ha reagito con una certa cautela, subisce gli effetti collaterali di una decisione che sembra colpire i partner più vicini agli Usa, spiega all’Adnkronos.

L’amministrazione Trump ha introdotto nuovi dazi tra il 10 e il 12,5% contro decine di partner sostituendo tariffe globali in scadenza del 10%. Stavolta il pretesto per le tariffe riguarda l’inadeguata lotta al lavoro forzato da parte dei partner, in base alla Section 301 del Trade Act del 1974. Che opinione si è fatto?

“Penso ci sia poco di nuovo rispetto al passato, e quello che sta succedendo non è un evento inspiegabile; si inserisce in maniera coerente nel quadro di un’amministrazione che è in guerra non soltanto con gli altri Stati, ma anche nella politica interna. Già a febbraio, quando Trump cercò di imporre dazi simili, la Corte Suprema lo bloccò, sostenendo che quella fosse una prerogativa del Parlamento. Trump ha cercato una misura compensativa, introducendo dazi provvisori ora scaduti. La mossa attuale non è altro che un tentativo di rilanciare quella stessa politica”.

La novità è la clausola relativa agli schemi di lavoro forzato. È credibile?

“Diciamo che è la prima volta che l’amministrazione Trump si fa portatrice della causa dei più deboli. Se l’aspetto positivo è una ritrovata sensibilità sociale, quello negativo è che, molto probabilmente, si tratta di una scusa abbastanza grossolana per reimporre i dazi che desiderava. L’originalità è scarsa: le tariffe vengono nuovamente usate come leva politica”.

Chi sono i veri bersagli di queste misure?

“Il fatto che beni per noi cruciali siano esclusi significa che non siamo noi gli avversari principali nel mirino. Gli Stati che potrebbero essere più interessati sono India e Brasile ad esempio. Ma la vera partita, secondo me, è un’altra”.

Quale?

“Credo che il gioco principale si svolga nelle relazioni con Canada e Messico. La contesa più importante riguarda il rinnovo dell’Usmca, il successore del Nafta. L’accordo doveva essere rinnovato per 16 anni, ma il 1° luglio scorso Trump ha detto “no”. In aggiunta, pochi giorni fa, sono trapelate nuove tariffe contro il Canada“.

E gli altri Paesi, Europa inclusa?

“Noi altri siamo vittime collaterali. La partita sembra anche interna: Trump vuole assecondare la sua base elettorale mostrando di usare i dazi per “proteggerla”. È una sciocchezza, perché i dazi li pagano in buona parte gli importatori americani, che potrebbero scaricarli sui consumatori. In vista delle elezioni, questo mi sembra un assist meraviglioso per i Democratici che potrebbero sfruttarlo”.

Quindi è una questione di potere interno?

“Esattamente. Al di là del personaggio effervescente di Trump, c’è un chiaro tentativo di accentrare sempre più poteri nelle mani del Presidente, rendendo il Congresso una scatola vuota. Secondo questa ottica, se le elezioni di midterm dovessero andare male per lui, non importerebbe molto: il potere ce l’ha lui e fa quello che vuole. In questo senso, anche le elezioni di metà mandato vengono depotenziate”.

Quest dazi sono destinati a durare?

“Dovrebbero essere permanenti, ma molto probabilmente verranno impugnati, proprio come i precedenti. Mi sembra quasi un gioco delle parti, e non a caso le reazioni internazionali sono state piuttosto misurate, di circostanza. Non ho visto volare gli stracci”.

La reazione europea da un lato sembra abbastanza tranquilla, con la raccomandazione di rispettare il tetto massimo del 15% per le tariffe, mentre l’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, Kaja Kallas, si è indignata per il riferimento alle pratiche sul lavoro.

“Il fatto che i beni per noi più importanti siano esclusi spiega perché non ci sia stata una levata di scudi generale. Detto questo, di solito in questi casi si parla di ‘ipocrisia organizzata’, con un minimo di orgoglio. Credo che questo atteggiamento sia giustificato da due fattori: il danno previsto è limitato e c’è l’aspettativa che tutto possa essere impugnato”.

In questo scenario si inserisce anche la geopolitica tecnologica, con la multa inflitta a Google il 23 luglio sulla base del Digital Markets Act (DMA), che ha spinto il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer a dichiarare che questo “mette a rischio gli accordi” con l’Ue.

“Con Trump non si sa mai cosa aspettarsi. Al di là dell’effervescenza del personaggio, c’è una necessità politica del suo entourage di polarizzare. Qualsiasi azione che non sia percepita dalla sua base come un atto di forza potrebbe essere interpretata come debolezza. Esiste una competizione normativa di fondo tra Stati Uniti ed Europa, tra il “diritto della forza” e la “forza del diritto”. Credo che in questo momento tutti siano d’accordo sul fatto che un confronto acceso non giovi a nessuno. È meglio trovare una situazione di compromesso. L’Europa cede in parte sulla sua volontà normativa, gli Stati Uniti si accontentano di pagare una multa che avrebbero volentieri evitato. L’amministrazione Trump ha problemi più grossi al momento, come l’aumento del prezzo della benzina”.

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