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Capelli grigi? Le donne tra paura ed orgoglio.

[oblo_image id=”2″]Non c’è solo l’inciampo biologico del meccanismo della menopausa a scandire la seconda parte della vita femminile, dopo l’insorgere del ciclo mestruale e le eventuali gravidanze; accanto, e in aggiunta, alla interruzione, (a volte benedetta a volta temuta) della fertilità assicurata dallo sgorgare del sangue dal loro corpo ogni mese le donne hanno anche una modificazione significativa del corpo, che accanto ad un frequente appesantimento delle forme ha in serbo lo sbiadire del colore di uno dei punti di forza del fascino: l’imbiancare dei capelli.

Piccola cosa, sembrerebbe. Eppure, siccome è certamente più facile e immediato intervenire sulla capigliatura piuttosto che sulla struttura del corpo è sui capelli, sulla loro cura e sulla manutenzione il più a lungo possibile del colore che il pubblico femminile mondiale si accanisce.

Una girandola di miliardi intorno a tinture chimiche, hennè vegetali, colpi di sole, riflessanti sofisticati e sorprendenti che in media una volta al mese, da sole o con l’aiuto di specialisti, le donne usano cercando di mimetizzare l’inarrestabile passare del tempo, che sui capelli avanza cancellando il colore originario.

Una occhiata distratta alla mia immagine, riflessa in una vetrina, accanto a mia figlia sedicenne mi ha letteralmente cambiato la vita. Per la prima volta mi sono vista davvero per quella che sono: una donna di quarantanove anni che si tinge i capelli. Ho capito allora che cosa stupida fosse negare la mia età e ho deciso che se avevo i capelli che stavano imbiancando mi sarei tenuta i miei capelli bianchi, e avrei anche dimostrato che non per questo sarei stata meno bene con me stessa e il mio corpo, o meno sexi, se era quello che volevo”./

E’ l’incipit del libro che sta producendo una nuova ondata di discussione femminista, per ora solo negli Stati Uniti, scritto dalla giornalista e saggista Anne Kreamer, dal titolo inequivocabile Going Grey, diventare grigie.

I concetti chiave del libro, del quale un ampio stralcio è stato pubblicato qualche giorno fa sul Time, sono di quelli che non lasciano indifferenti: le donne in primo luogo, sostiene Kreamer, stanno perdendo autorevolezza nell’età adulta e soprattutto in quella che Simone De Beauvoir definì età forte, rincorrendo il sogno distruttivo di una eterna giovinezza, cercando ossessivamente di cancellare fisicamente i segni del passaggio del tempo, in primo luogo i capelli grigi o bianchi, assunti ormai a sinonimo di vecchio e sorpassato. Per riscattare questa deriva autolesionista le donne devono ricominciare a legare la loro immagine bianca al coraggio, al fascino e alla seduzione, come l’autrice fa dalle pagine del suo sito.

E, come spesso accade, prima ancora che la politica è il mondo dello spettacolo che lancia simboli positivi: dalla premio Oscar Ellen Mirren (la straordinaria Queen) a George Clooney, da Vanessa Redgrave a Frances McDormand passando per Nora Ephron queste star hanno scelto un modo alternativo per mostrarsi, sfoggiando con fierezza il grigio naturale della loro chioma che invecchia.

Nell’America dove più della metà della popolazione femminile tra i 13 ed i 69 anni si tinge i capelli Kreamer afferma che alle donne è stato fatto il lavaggio del cervello: non è vero che avere i capelli colorati vuol dire essere più belli; inoltre molti prodotti per la tintura sono chimici e a lungo andare pericolosi: vale la pena di rischiare la salute per uniformarsi all’illusione della giovinezza?

[oblo_image id=”1″]Non è la prima volta che, di recente, voci femministe autorevoli lanciano l’allarme sulla inquietante e crescente ansia femminile, e talvolta anche maschile, di dover sembrare più giovane per paura di apparire da buttar via. Alla base del pensiero della Kreamer c’è, da una parte, un’analisi introspettiva secondo la quale colorare i propri capelli equivale a una mancata accettazione di se stesse, e dall’altra la considerazione che così facendo si corre il rischio di spezzare quel legame tra le generazioni che necessariamente passa attraverso la diversa immagine del corpo, con la sua storia scandita dal tempo, e non solo un tempo che toglie, ma anche un tempo che ha arricchito, testimone incarnato di esperienza, saggezza e saperi.

Essere una vecchia terribile ha degli aspetti positivi. Anche se la donna anziana è temuta e offesa non ha bisogno di preoccuparsi dell’ intolleranza altrui, poiché le donne che superano i 50 anni formano già uno dei gruppi più popolosi nella struttura del mondo occidentale. A condizione che si piacciano non sono destinate ad essere una minoranza oppressa. Per riuscire a piacersi devono rifiutare la tendenza estrema a banalizzare la loro identità e funzione. Una donna adulta non dovrebbe mascherarsi da ragazzina per rimanere nella terra dei vivi. Il risultato della capitolazione a questa pressione si trova nella galleria di ritratti grotteschi i cui tentativi patetici di ricominciare sono alla base delle riviste scandalistiche. Sono sempre esistite donne che ignoravano la lusinga dell’eterna giovinezza e accettavano di invecchiare, che convivevano col climaterio con un certo grado di indipendenza e dignità e cambiavano la loro vita per dare alla loro nuova condizione di adulte spazio per funzionare e fiorire. In un mondo infantile questo comportamento è visto come una minaccia. Nessuna sa cosa fare di una donna che non è sempre sorridente e adulante”.

Sono le parole, chiarissime e provocatorie, di un’altra grande pensatrice femminista, Germaine Greer, che dopo L’eunuco femmina, scritto nel 1976 nel pieno del movimento di rivolta femminile, ha edito un’altro dirompente libro, pieno di verità scomode e sconcertanti, il cui forte messaggio di ribellione è già entrato nel quotidiano di molte, La seconda metà della vita, che Greer 1992 intitolò Change: il cambiamento voluto dalla natura, l’ultimo in ordine di tempo, che avviene nella vita e nel corpo femminile con la menopausa, sintomo chiaro, e oggi terrificante, dell’incedere della vecchiaia nella vita.

Su questo tema molto è stato già scritto, sin dai tempi di Noi e il nostro corpo, un testo poltico sulla salute degli anni ’70 redatto dal Boston Women’s Health Collective e tradotto in tutte le lingue. E all’attualità dell’argomento vecchiaia il settimanale Internazionale ha dedicato anche la copertina: in un lungo articolo di Atul Gawande, professore di chirurgia alla Harward School di Boston, pubblicato dal New Yorker si racconta del paradosso creato dai progressi della medicina moderna.

Oggi l’aspettativa di vita si è allungata nei paesi sviluppati di oltre il doppio (200 anni fa l’età media era sui trent’anni, ora è di circa 80), ma invecchiare fa paura.

Per questo il movimento d’opinione che si sta creando intorno a Going Grey fa appello alla generazione femminile del baby boom affinché, sfidando l’imperativo dell’eterna performance, dia una poderosa spallata al modello della sempre giovane, assestando anche un sonoro schiaffone alle fiorente industria cosmetica che ogni anno incassa, tra tinte e annessi, centinaia di milioni di dollari.

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