Los Angeles incoronerà con l’Oscar il nostro Gomorra?

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Dopo il trionfo al Festival del Cinema di Cannes, si è parlato, per l’ennesima volta, di una nuova stagione del cinema italiano, dato più volte per morto. Il merto è di “Gomorra”,record di incassi al botteghino, ed oggi anche il candidato italiano selezionato per la corsa all’Oscarcome miglior film straniero. Quando lo incontriamo alla Casa del Cinema di Roma, in occasione di una retrospettiva a lui dedicata, questa notizia deve ancora arrivare. Garrone è un po’ imbarazzato dalnumerosissimo pubblico accorso per conoscerlo meglio. Certo è grazie a Gomorra che tra qualche mese potrebbe aggiudicarsi la statuetta, ma Garrone non nasceoggi, aveva già fatto vedere grandi cose.Solo oggi la critica e pubblico sono stati sulla stessa linea, premiando il coraggio di fare un film difficile, tratto da un libro forte come quello di Saviano. Era una scommessa a rischio. Lui ci ha creduto; ha avuto fiducia nel paese e nelpubblico, che non è composto tutto da sciocchi, ed ha vinto, perché quando il cinema è fatto bene e parla di temi cari a noi tutti, la nostra coscienza civile e civica non può rimanere inerme.

Gomorra sta girando il mondo, ma cos’è per te questo film oggi? E’ il mio film più difficile, sia per la difficoltà del progetto sia per i luoghi dove abbiamo girato. E’ stato un progetto impegnativo; Gomorra rappresenta due anni della mia vita ed un’esperienza umana straordinaria. E’ stato un viaggio duro ed emozionante. Ci spiega come è riuscito a romanzare un libro che è una sorta di saggio? Il libro non ha una trama vera e propria, ma ha un grande potenziale “visivo”, che ho cercato di sfruttare. Non c’era drammaturgia, ma è questa la forza di questo libro. La trama l’abbiamo inventata noi, estraendo dal libro le storie, fra le tante, che ci sembravano più interessanti, facendo delle scelte, sofferte, ma indispensabili.Da dove parte il tuo lavoro quando decidi di fare un film? Comincio sempre dai luoghi, li visito e li interrogo; la stessa cosa faccio con le persone, è sempre da lì che parto. Volio che l’attoreviva il percorso drammaturgico del personaggio, è da questopercorso che nascono molti suggerimenti ed idee. Io tradisco spesso la sceneggiatura, ed anche nella fase del montaggio rimetto in discussione tutto. Spesso, dopo il montaggio torno a girare. Qual è la parte che ti piace meno del tuo lavoro?Viaggiare per promuovere il film, come sto facendo adesso… e non solo perché ho paura dell’aereo. Con Toni Servillo com’è andata? Benissimo, non poteva essere altrimentiquando lavori con attori della sua intelligenza puoi fare tutto! Siamo diversi, lui è molto rigoroso, preciso, un grande attore. Toni quando è venuto sul set il primo giorno, conosceva già tutte le battute a memoria, temeva l’improvvisazione! Poi ha capito che neanche io amo improvvisare, ma do loro un percorso drammaturgico che devono vivere, e poi spero che all’interno di questo percorso accada qualcosa che li sorprenda, perché se loro si sorprendono mi sorprendo anch’io. Il suo successo a Cannes, insieme al collega Sorrentino, è stato definito per l’ennesima volta come il segno della rinascita del cinema italiano. Qual è la sua opinione.Tutti, ciclicamente, si riempiono la bocca sulla rinascita o sulla morte del cinema italiano, sempre con eccessiva ridondanza. Io credo che siano solo cicli fisiologici. Cosa le preme di più trasmettere con il suo cinema? Non voglio portare in scena la realtà, ma trasfigurarla, farla andare verso l’astrazione. Non so se ci riesco, e non posso spiegarlo, perché è legato alla percezione di ognuno di noi. Voglio che la mia mano sia invisibile, non ci si deve accorge del lavoro che c’è dietro, perché se lo spettatore se ne accorge, vuol dire che non sono stato bravo, perché sono diventato io protagonista, e non deve essere così.