Sonetàula, immagini, storia e poesia di un popolo

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Tratto dal romanzo di Giuseppe Fiori, il secondo film di Salvatore Mereu (Ballo a tre passi, 2003), ambientato in una selvaggia Sardegna fra gli anni ‘40 e ‘50, racconta la breve vita di Sonetàula, (letteralmente “suono di legno”) così soprannominato per il suo corpo magro, e per le sue ossa che “sembrano risuonar secche come pezzi di legno”: è la storia di un pastore che a soli vent’anni è costretto a vivere le peripezie della vita da brigante.

La storia è sempre la stessa, quella di Banditi ad Orgosolo, di Una questione d’Onore, di Salvatore Giuliano quella di chi è condannato per natura a un destino segnato. È anche la storia di una terra, più che mai desolata, dove la miseria, la guerra e la povertà diventano sempre piu avverse alla speranza umana. Ed è soprattutto la storia di una cultura, di un codice morale (la Balentìa) talmente congenito nel popolo sardo che non lascia possibilità di scampo.

[oblo_image id=”1″]A Zuanne viene strappato tutto sin dal principo: la forzata partenza del padre al confino (un bravissimo Lazar Ristovsky) a causa di una falsa accusa di omicidio, porterà il ragazzo a doversi occupare a soli 15 anni della famiglia e del gregge in una quotidianità randagia. Cresciuto nella sottomissione a un nonno amorevole (Serafino Spiggia), e a uno zio alcolizzato (Giuseppe Cuccu) reduce di una disumana esperienza nelle miniere del Sulcis, Sonetàula non può che assimilarne i loro valori: la verghiana rassegnazione a una vita senza possibilità di riscatto sociale, la spietatezza, la credenza nella vendetta personale e l’odio per la Giustizia considerata solo come prepotenza di un mondo estraneo. Sarà il banale furto di una pecora a scatenare in Zuanne la vendetta più crudele, il risarcimento finalmente di tutti i torti subiti, vendetta che lo porterà a sgozzare un intero gregge. L’unica possibilità di redenzione per Sonétaula diventa l’amore per l’ incantevole Maddalena (Manuela Martelli), dapprima corrisposto ma che diviene automaticamente respinto dopo il tragico evento e la ragazza cederà quindi all’amore per un coetaneo che a stento è riuscito a staccarsi dalla tradizione e a scegliere un’altra vita.

Il film viene racconatato con maestria registica da Mereu e interpretato abilmente dagli attori per lo più non professionisti. Nello sfondo una Sardegna suggestiva dai paesaggi incantevoli, vissuta, a causa della trasumanza, tra i boschi selvaggi e i mari strabilianti. La cura descrittiva è quasi antropologica, i personaggi vengono osservati accuratamente cosi come le bestie, mettendo in risalto la somiglianza tra i due mondi cosi stretti nella convivenza e così vicini nelle regole di sopravvivenza: lo zio Giobatta muore sofferente come le sue pecore malate, stessi occhi, stesso lamento; i banditi vengono sparati e lasciati morire cosi come un capo di bestiame ormai inutile. E pure la crudeltà umana è vicino a quella degli animali, il Zuanne bambino che viene costretto dal nonno a uccidere gli agnellini, non proverà nessun timore a sgozzare poi un intero gregge di pecore. Nella pellicola di due ore e mezzo una sontuosa fotografia e nessuna sofisticatezza sonora: solo la musicalità del dialetto (il film è sottotitolato) accompagnato dall’incessante belare lamentoso degli agnelli e alla fine lo struggente canto (durante i sottotitoli) del coro di Nuoro sulle note di Sette ispadas de dolore, un canto popolare della settimana santa: la sofferenza di Zuanne finisce a 28 anni sotto le pallotole della Giustizia e per la prima volta Mereu regala un sorriso a Sonetàula.

Un film assolutamente da vedere per cogliere i veri sentimenti di un popolo che a lungo patito, dimenticato dalla realtà storica italiana (l’elettricità arriva quasi indifferentemente nel paese che ha bisogno di ben altro per sorridere) e che neanche una guerra mondiale riesce a coinvolgere (nessuno è a conoscenza degli esiti finali della guerra).

Ed è lo stesso popolo di oggi che spesso si trova a dover combattere da solo una civilità che purtroppo ancora lo esclude.